Romano (Pd) a iNews24: “Da Zingaretti parole eccessivamente severe. Io non mi vergogno di essere iscritto al Pd”

Il deputato del Partito democratico, Andrea Romano, smorza le polemiche relative agli attacchi che nei giorni scorsi avrebbero provocato le dimissioni di Nicola Zingaretti dalla segreteria del partito: “Nessun attacco a Zingaretti, ma l’invito ad aprire una discussione politica interna”. Sulle priorità del Pd e sugli obiettivi da perseguire nel breve periodo, l’esponente dem non ha dubbi: “Non dobbiamo lasciare alla Lega i temi dell’agenda politica del governo Draghi”

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Andrea Romano
Andrea Romano (@Facebook)

Si parla spesso della solitudine dei leader, in questo caso però la scelta di Zingaretti ha restituito quasi la  sensazione di un vero e proprio isolamento. Ma davvero nessuno nel Pd aveva intuito l’intenzione del segretario di dimettersi?

“Assolutamente no. È stata una sorpresa e un duro colpo per tutti, nessuno se l’aspettava”

Queste dimissioni però sono giunte dopo una settimana di continui attacchi e tensioni che hanno contribuito in qualche modo a indebolire la leadership del segretario, non crede?

“Non sono d’accordo. Da quello che ho potuto constatare, non si è trattato di attacchi a Zingaretti, ma di una sollecitazione, del tutto naturale, ad aprire una discussione politica all’interno del Pd che guardasse alla nuova fase inaugurata nel Paese dal governo Draghi. È ovvio come, di fronte al secondo capovolgimento dello scenario politico nella stessa legislatura, diventi indispensabile avviare una riflessione dentro il Pd, anche per mettere a punto la nuova agenda programmatica ed immaginare insieme gli obiettivi da perseguire. In questo senso, il nostro è stato un invito alla discussione e al confronto politico, nessun attacco personale o intento critico nei confronti del segretario uscente. Tra l’altro, parliamo della stessa discussione che ora, dopo le dimissioni di Zingaretti, dovrà svolgersi inevitabilmente”

Le tensioni interne e le dimissioni di Zingaretti

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Nicola Zingaretti (Foto: Getty)

E secondo lei, la reazione di Zingaretti favorisce o complica questo chiarimento interno?

“Innanzitutto vorrei esprimere la mia solidarietà e vicinanza a Zingaretti per questo passaggio, certamente difficile e doloroso anche sul piano personale. Ho sempre riconosciuto la capacità del segretario uscente di mantenere unito il partito anche nei momenti più difficili. Purtroppo è innegabile che la prossima discussione assembleare si svolgerà all’indomani di dimissioni traumatiche per il partito, anche per le parole  che Zingaretti ha scelto di usare”

Quelle di Zingaretti sono stati toni molto duri, li condivide in qualche modo?

“Ho trovato le parole del segretario eccessivamente severe, soprattutto nei confronti della comunità politica del Partito democratico. Io personalmente non mi vergono di essere iscritto al Pd, né provo imbarazzo a far parte di un partito che discute, però capisco davvero il tormento di Nicola (Zingaretti –n.d.r.). Detto questo, ora dobbiamo guardare avanti,  il che significa innanzitutto mettere in sicurezza il Pd, eleggendo alla prossima assemblea nazionale una figura che sia in grado di accompagnare il partito da qui ai prossimi mesi, fino al congresso, quando sarà possibile farlo”

 I nodi politici e l’alleanza con il M5s

Governo Grillo Draghi
Beppe Grillo (Getty Images)

 Tra i nodi politici da affrontare per il nuovo segretario ci sarà anche quello dell’alleanza con il M5s?

“Io l’alleanza con il M5s non la nego, anzi ne colgo tutta la necessità e l’opportunità del caso. Il punto è saper rispondere alla domanda: “cosa è il Pd?”. Non credo che basti dire “è il partito alleato dei M5s”, ma penso invece che il Pd debba ritrovare una sua autonomia programmatica e una propria capacità di pensiero, e sulla base di questa autonomia stringere le alleanze che servono. Non possiamo definirci solo come alleati di un altro partito, perché ciò renderebbe molto più fragile la nostra funzione nella società e ci farebbe apparire deboli anche agli occhi dell’elettorato”

In questi giorni molti suoi colleghi hanno tirato in ballo lo spirito originario del Pd, quello del grande partito popolare, veltroniano e a vocazione maggioritaria. Eppure dal 2007 ad oggi, a parte l’exploit delle elezioni europee del 2014 (quelle del famoso 40% di Renzi) il Pd non ha mai dimostrato una vera e propria autosufficienza elettorale, e anche dal punto di vista della leadership, in tredici anni ha cambiato ben otto segretari. Non sono proprio risultati da rimpiangere…

“La vocazione maggioritaria secondo me non è autosufficienza, né tanto meno isolamento politico, ma autonomia progettuale e apertura alle alleanze. Il Pd in questi anni è stato sempre il baricentro delle coalizioni progressiste, anche nel 2018 non eravamo mica soli, eppure anche allora abbiamo perso. Credo sia profondamente sbagliato spiegare la nostra difficoltà politica solo con la teoria del fuoco amico. Era un errore ai tempi di Renzi e lo è tuttora. Se il Pd non riesce ad essere un partito aperto e plurale, allora non è il Pd. Il nostro è nato come un progetto politico che deve aspirare ad essere la “tenda del pensiero riformista italiano”. Questo non vuol dire affermare che basta raccogliere il 20% dei consensi, ma essere consapevoli delle nostre idee e della forza della nostra proposta politica”

E come dovrebbe ripartire oggi il Pd?

“Al di là delle formule politiche, ritengo fondamentale non regalare i punti fondamentali dell’agenda del governo Draghi alla Lega, perché il Pd può e deve riconoscersi nei temi della crescita, della coesione sociale, della protezione del lavoro e dello sviluppo economico. Anche la rappresentanza dei settori produttivi del nord, è qualcosa che non può più essere lasciata appannaggio di Salvini”

Si parla della possibilità che sia una segretaria a traghettare il Pd fino alla fase congressuale. Circolano i nomi delle ex ministre Pinotti e Finocchiaro… 

“Questo non è assolutamente il momento di fare nomi, ma di concentrarci sui criteri che ci permetteranno di scegliere nel modo più condiviso possibile una figura autorevole, d’esperienza e in cui si possa riconoscere tutto il partito. Il nuovo segretario, chiunque esso sia,  avrà un compito molto delicato: quello di curare le ferite del Pd e di guidarlo fino alla discussione congressuale, che si terrà appena sarà possibile. Non ho dubbi che questo mio auspicio sia condiviso da gran parte degli iscritti al Partito democratico. Non possiamo tirarci indietro, ma dobbiamo, piuttosto, dimostrare responsabilità, spirito di condivisione e unità di intenti”

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