Larghe intese, Verzichelli (Sisp) a iNews24: “Non auspicabili, sarebbe la sconfitta della democrazia parlamentare”

"Confusioni e disallineamenti tra le coalizioni elettorali possono essere letti in due modi", spiega il politologo.

Luca Verzichelli - Foto di Facebook/Luca Verzichelli
Luca Verzichelli – Foto di Facebook/Luca Verzichelli

Ai microfoni di iNews24, Luca Verzichelli, presidente della Società italiana di Scienza Politica (Sisp) e professore ordinario dell’Università di Siena, fa un’analisi della campagna elettorale e del governo che si formerà.

Professore, è auspicabile un governo delle larghe intese?
No. Un governo delle larghe intese non è mai auspicabile, soprattutto all’inizio di una legislatura, perché sarebbe la sconfitta della democrazia parlamentare. Larghe intese significa abdicazione da parte di qualsiasi maggioranza possibile e le maggioranze sono sempre possibili. Oppure significa riconoscere che i problemi e le emergenze sono tali e tante da prefigurare uno stato di vacatio della dialettica politica, come se fossimo in guerra. Nelle altre democrazie ci sono governi frutto della campagna elettorale. Io non auspico per il mio Paese un governo delle larghe intese”;

Da un lato Letta parla di alleanza elettorale, non politica, con Sinistra italiana e Verdi. Dall’altro Berlusconi ha dichiarato che Forza Italia non farà parte del governo se i suoi alleati dovessero allontanarsi dalla visione liberale, europeista e atlantista. Anche il Movimento 5 Stelle sembra lontano da ogni accordo. È ancora presto, si vedrà al momento della formazione del governo, ma il quadro attuale sembra non promettere un governo stabile.
Assolutamente. Queste confusioni e disallineamenti tra le coalizioni elettorali e gli auspici degli attori stessi, che stanno insieme ma poi si lasciano liberi di sviluppare tutta la loro creatività, possono essere letti in due modi”;

Quali?
Da un maggioritarista che parla di governi eletti, questa situazione può essere vista schizofrenica. Allora chi crede che le coalizioni debbano essere per forza pre-elettorali, dovrebbe votare il partito coerente, ma faccio fatica a trovarlo. Un altro disallineamento rispetto a quelli che ha elencato il rapporto tra Giorgia Meloni (FdI) e Matteo Salvini (Lega) che si stanno facendo campagna elettorale l’uno contro l’altro, e di fatto rappresentano il nucleo duro, perché hanno votato a favore di Viktor Orbán (premier ungherese) al Parlamento europeo. Forza Italia ha preso le distanze, ma è abbastanza grave che partiti che si candidano a governare il Paese, poi si dividano sulla definizione di democrazia in Europa”;

In quale altro modo può essere letta questa situazione?
“Mi ostino a leggere questa situazione non schizzoide, ma ipocrita. Noi abbiamo un sistema perlopiù maggioritario, artificioso, assurdo e incomprensibile dal punto di vista della logica di trasformazione dei voti in seggi, dove c’è una componente largamente proporzionale. Un sistema largamente proporzionale funziona per com’era l’Italia nella Prima Repubblica, quando i conti si facevano dopo le elezioni e ogni partito correva per sé. Non si parlava di alleanze. Questo è quello che di fatto sta succedendo oggi. Dall’altra parte aggiungo: è vero o no che da più di dieci anni i governi vengono formati durante la legislatura e in modo disallineato rispetto agli schieramenti? Non ricordo un governo formato sulla base elettorale dal 2011 in poi. Questo contesto è ipocrita perché abbiamo una legge elettorale che ancora tiene un elemento meccanicamente maggioritario, il collegio uninominale, ma in realtà siamo tornati a una logica di tutti contro tutti. Questo è l’aspetto ipocrita”;

Quale sarebbe in sistema elettorale più giusto per l’Italia?
Non do grandissima importante ai sistemi elettorali: non esistono quelli migliori. Esiste il peggiore, che è il nostro. L’Italia deve scegliere tra un sistema proporzionale senza se e senza ma, magari con qualche accorgimento di limite alla proporzionalità. Altrimenti un maggioritario con una struttura di governo che regga questo sistema. Penso che il governo parlamentare vada benissimo con un sistema proporzionale molto semplice con la soglia del 4-5%. Esistono alternative ma poi andrebbero costruite istituzioni coerenti con esse”;

Al centro della campagna elettorale c’è anche il presidenzialismo proposto del centrodestra.
Non so se la leader di FdI conosca il significato del termine presidenzialismo, perché mi sembra abbastanza confusa. Non ho visto proposte serie nemmeno su questo tema. Non è certo il problema più importante della campagna elettorale perché abbiamo altre emergenze: mi sembra la campagna elettorale, dal ’48 in poi, più meschina dal punto di vista delle idee. Però credo che chi, dopo 25 anni di false partenze, parla di presidenzialismo avrebbe il dovere di spiegarci cos’è. E anche su questo hanno idee diverse da Renzi a Meloni. Parlano almeno tante cose diverse: il sindaco d’Italia, premierato, semipresidenzialismo, presidenzialismo puro…”;

Renzi ha affermato che le ipotesi sono due: il governo Meloni o il Terzo polo al 10% con Draghi premier. Ma il presidente del Consiglio ha escluso questa ipotesi.
Questo è un altro aspetto che mi turba: ho parlato di “meschinità”, ma per essere più analitici dico “povertà” della campagna elettorale. Il richiamo al servizio di un leader che è stato già sufficientemente bistrattato mi sembra una pratica abbastanza discutibile. Il significato politico dell’uscita di Renzi e Calenda è evidente: ritengono che non c’è un’alternativa e che la vittoria del centrodestra non sarà così netta dal punto di vista dei seggi, quindi l’alternativa è l’agenda Draghi. Ma un conto è l’agenda Draghi, un altro è Draghi premier. Penso, di nuovo, che si dovrebbe essere meno ipocriti e dire agli italiani che queste sono le elezioni del Parlamento italiano, un momento straordinariamente importante non solo per la ritualità ma anche per la politica effettiva. Spetterà al legislatore eleggere un presidente del Consiglio, che potrà essere anche tecnico se non si troverà un accordo. Ma Draghi ha detto che andrà a casa, quindi noi dobbiamo, per rispetto, mettere in conto che la prossima o il prossimo presidente non sarà lui”.