Crisi del grano, Lenucci (Confagricoltura) a iNews24: “A causa dell’instabilità dei mercati alcune imprese rischiano di chiudere”

"Dobbiamo perseguire l’obiettivo della sostenibilità ambientale attraverso la ricerca e l’innovazione ma non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo della quantità di produzione, quindi della sicurezza alimentare", afferma.

Vincenzo Lenucci - Foto di Confagricoltura
Vincenzo Lenucci – Foto di Confagricoltura

Ai microfoni di iNews24, Vincenzo Lenucci, responsabile dell’Area Economica e del Centro Studi di Confagricoltura. L’agronomo analizza gli effetti della crisi del grano in Italia e in Europa.

Come stanno reagendo gli agricoltori italiani alla crisi del grano?
Chi più, chi meno, sono in difficoltà. L’aumento dei costi comprimerà la redditività degli agricoltori e degli allevatori, ci sarà meno redditività, quindi anche meno propensione a restare nel settore”;

Sta dicendo che il rischio è che molte imprese chiudano?
C’è il rischio che alcune imprese escano dal settore. Sicuramente c’è anche una grossa difficoltà anche per un problema di non riconoscimento del valore della merce, le cui vendite potrebbero non coprire gli incrementi dei costi. L’instabilità dei mercati sta causando un forte fattore di non competitività delle imprese e quindi un forte disincentivo a proseguire. Speriamo in misure adeguate che tamponino la situazione”;

Ma cosa sta accadendo nel mercato del grano?
La disponibilità del grano e in generale il prezzo del frumento, è aumentato per tre fattori. La pandemia Covid-19, il rincaro dei costi energetici – quindi dei fertilizzanti e delle materie prime agricole – e infine il conflitto russo-ucraino”;

In che modo il conflitto in Ucraina ha peggiorato la situazione?
Secondo la Fao, la Russia è il primo esportatore di frumento con una percentuale del 20%, poi seguono l’Europa (27%), Stati Uniti, Canada, Australia e Ucraina al 10%. In poche parole, quasi il 30% del grano mondiale commercializzato è russo e ucraino, quindi ci sono evidenti difficoltà attuali e in prospettiva”;

Alcuni Paesi, come l’India, hanno deciso di attuare una politica “protezionista”.
Adesso c’è la decisione dell’India, ma prima c’erano state misure di restrizione da parte dell’Ungheria, che in un primo momento aveva frenato l’export delle materie prime agricole, poi ha fatto un passo indietro su pressione anche di Bruxelles. C’è stato anche il caso dell’Argentina, con le farine e l’olio di soia. In generale, i Paesi stanno cercando di evitare la scarsezza di disponibilità frenando l’export. Tutto ciò, ovviamente si riflette sulla disponibilità delle materie prime”;

Quali conseguenze ci sono per l’Italia?
Dopo la Russia, il top exporter è l’Europa. Noi quindi, abbiamo una certa sicurezza alimentare garantita. Anche l’Italia, se vogliamo, pur importante molto, dispone di fonti affidabili e certe che permettono di state tranquilli. Tuttavia le importazioni avranno un prezzo maggiore e questo deve arrivare all’attenzione di chi si occupa delle strategie di sicurezza alimentare”;

Per quali Paesi l’aumento dei prezzi potrebbe diventare un grave problema?
Per l’Italia si tratta solo di una questione di aumento delle quotazioni – cioè importeremo merci a maggior costo – 50 Paesi dipendono da Russia e Ucraina. Di questi, 26 dipendono per più del 50% e 4 si trovano nel Mediterraneo: sono l’Egitto, la Turchia, l’Albania e il Libano. Per loro il rincaro è di vitale importanza e avrebbe conseguenze anche sociali”;

Il problema non è solo il grano, ma anche l’allevamento.
Mais e orzo sono utilizzati nell’alimentazione animale. Mentre il problema del grano tenero e duro riguarda le industrie, orzo e mais mette in difficoltà gli allevatori che devono far fronte all’aumento dei prezzi delle materie prime e non riescono a scaricare i rincari “a valle” nella filiera”;

Si spieghi.
Di fronte a un aumento dei costi, l’allevatore è debile nella filiera e spesso l’acquirente non riconosce l’aumento dei prezzi”;

Cosa bisogna fare, secondo lei, per non ripetere gli stessi errori nelle politiche agricole?
Dobbiamo riflettere su questi aspetti ed aumentare produzione e produttività delle materie prime agricole. Circostanze del genere ci insegnano che la sicurezza alimentare per la disponibilità delle materie prime agricole e dei messi tecnici, oltre che un diverso approvvigionamento dell’energia e dei fertilizzanti, esporrebbe di meno i nostri operatori agricoli e industriali a queste situazioni di choc”;

Un altro tema riguarda i fertilizzanti.
La Russia è primo esportatore di concimi azotati, il secondo esportatore di concimi potassici, il terzo di concimi a base fosfatica. Si tratta di tre elementi principali per la nutrizione delle piante. L’esplosione dei costi dei fertilizzanti è legata anche all’energia. I concimi costano tantissimo e in prospettiva implica che le semine del prossimo autunno potrebbero essere ridotte”;

Come si risolve questo problema, secondo lei?
Dobbiamo attuare politiche per una maggiore autosufficienza di energia e di produzione dei fertilizzanti, per avere una minore dipendenza dall’estero e un focus maggiore sulla rilevanza della sicurezza alimentare agricola e delle imprese agricole e in generale, dei cittadini italiani ed europei”;

Una politica simile a quella che si sta attuando nel caso del gas?
Sì, ma non è facile perché ci sono in ballo scelte politiche che risalgono ad anni fa. La nostra politica agricola ha più di sessant’anni e negli ultimi trenta è stata orientata verso alcuni criteri di sostenibilità ambientale che troppo spesso hanno fatto di perdere di vista uno degli obiettivi dei trattati della Fao: la necessitò di incentivare l’agricoltura perché dia fornitura alimentare sufficiente e a prezzo abbordabile ai consumatori europei. Forse abbiamo premuto troppo l’acceleratore sulla sostenibilità ambientale e ci siamo dimenticati della sostenibilità economica dei processi produttivi”;

Una maggiore quantità di materie agricole sacrificando la sostenibilità ambientale?
No. La sostenibilità ambientale è fondamentale. Le politiche agricole devono essere riorientate verso la tutela del reddito per gli agricoltori e per aumentare la produzione con la ricerca e l’innovazione, ma serve fiducia. Troppo spesso abbiamo avuto politiche contrarie alla ricerca e all’innovazione che si sono rifugiate in una visione troppo arcaica dei processi produttivi agricoli. In agricoltura, l’innovazione deve sempre sposarsi con la tradizione. Dobbiamo assolutamente perseguire l’obiettivo della sostenibilità ambientale proprio attraverso la ricerca e l’innovazione ma non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo della quantità di produzione, quindi della sicurezza alimentare. Insomma, produrre di più, aumentando le rese in modo sostenibile ed economico”;

Un tentativo in Europa è stato fatto. All’Agrifish i ministri hanno dato il via libera alla coltivazione dei terreni a riposo e alla sospensione delle rotazioni delle colture per aumentare la produzione cerealicola interna.
Questo è un esempio. Ma potrebbe avere effetti parziali perché si è deciso il 24 marzo, quando si possono seminare solo alcune specie. Ad esempio, era troppo tardi per la semina del grano, che avviene in autunno. La misura va nella giusta direzione per tornare verso obiettivi di produttività, però averlo fatto un solo anno a marzo avrà una portata limitata. L’errore è stato che questa deroga avrebbe dovuto essere applicata anche successivamente. Proseguire con questo tipo di deroghe sarebbe lungimirante”.