Serie A più lontana, i giocatori della Juventus non rientrano

Mancano solo quattro giorni allo scadere del decreto Conte che virgola di fatto, dovrebbe scandire l’accesso alla Fase 2 successiva alla pandemia da coronavirus anche per la Serie A ma c’è grande incertezza persino alla Juventus.

Gabriele  Gravina, Federcalcio
Il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina

Serie A n attesa del D-Day

Il 4 maggio è il D-Day, la giornata più attesa non soltanto da chi in questo momento vorrebbe soltanto poter uscire di casa e fare due passi, togliendosi da un isolamento che sta durando da settimane. Ma soprattutto dai calciatori che hanno marcato questa data sul calendario come quella fondamentale per il ritorno all’attività.

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Serie A, quante incertezze

In realtà le cose non sono ancora così chiare. Ieri, il presidente dell’Assocalciatori Damiano Tommasi ha evidenziato una spaccatura evidente nel mondo del calcio: “Ci sono calciatori che vorrebbero riprendere subito ma da parte nostra c’è anche la tutela di molti calciatori che non sono per nulla sicuri di voler riprendere l’attività in circostanze ancora così poco chiare. Ci sono rischi che molti virologi continuano a definire gravi e imponenti. Così come ci sono società che vogliono accelerare verso la ripresa della fase agonistica e altre che invece non ne vogliono assolutamente sapere di ricominciare con presidenti che non vogliono prendersi la responsabilità per se stessi ma soprattutto nei confronti dei propri dipendenti”.

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Sede Lega Calcio
La sede della Lega Calcio di via Rosellini a Milano

Juventus, i giocatori restano a casa

La posizione delle società ormai è chiara. Ma, anche le squadre che fino a pochi giorni fa davano per scontata la ripresa degli allenamenti già dalla prima settimana di maggio, sembrano mordere il freno. L’esempio più clamoroso è quello della Juventus. La squadra campione d’Italia non ha ancora confermato se l’argentino Dybala e ancora positivo al coronavirus dopo essere stato sottoposto al quarto tampone. Le indiscrezioni parlano di una positività che però non è mai stata confermata.

D’altronde, la Juventus fino a questo momento ha sempre parlato ufficialmente solo dei giocatori guariti dal COVID. Dybala, dal canto suo, si allena in casa, posta video divertenti con la sua fidanzata Oriana, sembra sereno tranquillo e in buona salute. Non parla in alcun modo della malattia appunto ma, di fatto, è uno dei tanti giocatori juventini che avrebbe già dovuto rispondere a una convocazione che ancora non c’è. Al momento i  giocatori della Juventus lontani da casa sono ben nove. Anche l’olandese De Ligt ha deciso di tornarsene a casa e Cristiano Ronaldo, per il momento, continua ad allenarsi a Madeira mentre di Gonzalo Higuain non ci sono notizie se non quelle che lo vogliono già d’accordo per un trasferimento a Lo Angeles .

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Paulo Dybala
Lo juventino Paulo Dybala, ancora positivo al coronavirus? (Getty Images)

Istituzioni, più no che sì alla Serie A

Gli ultimi pareri registrati ieri sembrano ulteriormente allontanare la ripresa del calcio. Il ministro dello sport Vincenzo Spadafora invita a pensare a un Piano B per il campionato, il viceministro allo sport Pierpaolo Sileri ha definito inverosimile la ripresa di un’attività agonistica entro tre settimane lasciando la porta aperta solo ed esclusivamente agli allenamenti individuali o di squadra in ambienti protetti.

Gianni Rezza, direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, prende tempo: “La situazione è ancora molto confusa, i numeri non lasciano tranquilli e non possiamo dire con certezza che andrà tutto bene perché questa certezza non c’è ancora. Il protocollo della Federcalcio è una buona base di partenza perché offre un punto di vista organizzato su come fronteggiare il rischio di un contagio. Ma la massa critica di persone che lavorano intorno a una squadra di calcio è grande e il rischio è proporzionale a questa massa e ai molti contatti che genererà”.

Il problema dunque è che in questo momento nessuno in Italia vorrebbe prendere la decisione di chiudere definitivamente la Serie A. Sarebbe un danno economico irreparabile per il calcio e il suo indotto. Ma nessuno un domani vorrebbe dover rispondere di una o più positività al COVID nel calcio. In un paese che in questo momento ha esigenze enormi da garantire, e nessuna certezza.