Impatto dell’inflazione sugli affitti: cosa scegliere tra regime ordinario e cedolare secca

Palazzo (foto generica) - Foto di Ansa Foto
Palazzo (foto generica) – Foto di Ansa Foto

L’inflazione degli ultimi tempi sta investendo anche gli affitti. Fino a che era bassa o negativa, chi voleva fare in locazione una casa, il problema della scelta del regime fiscale non si poneva.

La scelta era tra il regime ordinario, che prevede da una parte l’Irpef sul 95% del reddito, oltre che il pagamento delle addizionali comunali e regionali e l’imposta di registri. Dall’altro, la cedolare secca, ovvero un prelievo onnicomprensivo del 21% verso una tassa piatta.

Il regime ordinario risultava conveniente solo quando il contribuente spettavano detrazioni e deduzioni superiori al reddito imponibile oltre a quello dell’affitto.

Con la cedolare secca però, non si può aggiornare il canone per tutta la durata del contratto in base all’andamento del costo della vita e con l’inflazione. Come tutte le tasse piatte, la cedolare secca favorisce i redditi più alti.

Una conseguenza di non poter adattare l’affitto all’inflazione è l’aumento dei canoni, che sta realmente avvenendo.

L’alternativa: il canone concordato

Il Corriere della Sera spiega che ci sono diverse possibilità per bypassare il problema, anche se ci sono delle controindicazioni.

Tra queste, il contratto a canone concordato, dove si sceglie tra cedolare al 10% e l’Irpef calcolata sul 68,5% del canone. Può andare bene quando proprietari e coinquilini hanno concordato canoni vicini a quelli di mercato.