Terremoto L’Aquila, pres. Avus: “Abbandonati e per niente tutelati. Questo è lo Stato”

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Nella notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009 la città de L’Aquila ebbe un brutale risveglio: il terremoto che ha segnato la storia della sismicità italiana. A distanza di 12 anni, Sergio Bianchi, presidente dell’Associazione Vittime Universitarie del Sisma (AVUS) e papà del compianto Nicola, si dice arrabbiato e addolorato di fronte ad uno Stato che non ha tutelato in alcun modo le famiglie vittime del terremoto. 

Terremoto L'Aquila
(@GettyImages)

Un’attività sismica che andava avanti da circa 4 mesi, fino alla scossa di terremoto più evidente che ha mietuto 309 vittime. Era la notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009 quando L’Aquila è stata rasa al suolo da una calamità naturale che aveva dato, stranamente, una sorta di preavviso già nei mesi precedenti. A vivere quella tragedia è stato Sergio Bianchi, presidente dell’Associazione Vittime Universitarie del Sisma (AVUS) e papà di Nicola, giovane studente di 22 anni che ha perso la vita a seguito di un crollo causato dal terremoto.

Qual è la prima sensazione che le viene in mente ripensando a 12 anni fa?

“Le sensazioni sono tante. Di quei momenti, purtroppo, ricordo tutto. Sono stati momenti di grande confusione, solitudine, disagio. Sono stati momenti anche di grande consapevolezza perché purtroppo in quei giorni sono state evidenti le carenze del nostro sistema, del nostro Stato che non ci ha protetti e tutelati. Lo Stato è fatto di persone e le persone non sempre sono corrette”.

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Cos’è cambiato da 12 anni a questa parte?

“Abbiamo assistito a tante chiacchiere, non è cambiato nulla. Basti pensare che il terremoto di Amatrice – a distanza di 7 anni di quello de L’Aquila – è stato una fotocopia. Quello de L’Aquila è stato particolare, ha dato un preavviso di 4-5 mesi e le strutture che avrebbero dovuto tutelarci, come la Protezione Civile, avrebbero dovuto adoperarsi per cogliere l’occasione. L’Aquila è stata un’occasione per scienziati, per la Protezione Civile per dimostrare il loro lavoro”.

Occasione non colta…

“Assolutamente no, è stato tutto sbagliato. Lavoro nell’emergenza, da 40 al 118, e penso di capirne qualcosa da operatore sanitario e persona che ha vissuto sulla strada. Governare certe strutture è difficile, ma in quell’occasione la Protezione Civile doveva soltanto ridursi a lasciar fare agli Aquilani quello che hanno sempre fatto: uscire dalle proprie abitazioni. Tuttalpiù avrebbero potuto mettere a disposizione quelle quattro tende per dare un’ulteriore opportunità di protezione. Non avrebbero dovuto, invece, diffondere il messaggio che non sarebbe accaduto nulla e che, con tutta tranquillità, potevano tornare nelle proprie abitazioni. Mi dispiace che lo Stato abbia portato tutto questo in prescrizione.

Terremoto L’Aquila: “Questo è lo Stato. Cosa posso chiedergli?”

Terremoto L'Aquila
(@GettyImages)

Sergio Bianchi si dice molto arrabbiato, addolorato, deluso ed amareggiato dalla totale assenza dello Stato e da una scarsa tutela nei confronti della sua famiglia e di tante altre vittime di questo infinito dolore.

Cosa chiede allo Stato?  

“Niente. Cito solo qualche fatto per motivare la mia risposta. Nel crollo della casa di Via D’Annunzio – dov’è morto mio figlio – ci fu l’ammissione di aver sbagliato da parte del costruttore e responsabile dei lavori di ristrutturazione. Ingegnere, iscritto all’ordine, si è auto dichiarato colpevole e condannato a 3 anni. In appello, è stata confermata la condanna, ma ridotta ad 1 anno e 8 mesi, tolte le pene accessorie ed in parte riabilitato. La Corte di Cassazione l’ha assolto, annullò l’appello e rimandò tutto all’appello di Perugia. La motivazione? Non è stato dimostrato che la casa, senza il terremoto, potesse cadere. Cosa posso chiedere allo Stato? C’è anche un altro aspetto. Una volta emessa la sentenza la Corte ha 30 giorni di tempo per pubblicare la motivazione, avremmo avuto tutto il tempo di ricorrere all’appello. Inutile dire che la risposta è arrivata dopo 110 giorni portando, chiaramente, alla prescrizione. Sono completamente sfiduciato da queste persone che dovrebbero tutelare i nostri diritti”.

Tutte le incongruenze registrare fino ad oggi

“L’Aquila era una città universitaria ed in quel momento ospitava circa 27.000 studenti. Si presuppone che, una città con tutti questi ospiti abbia un occhio di riguardo. Gli amministratori di quella città dovrebbero avere un senso di responsabilità più alto: presupposto che è venuto a mancare. La Protezione Civile aveva l’obbligo di valutare anche questo, nonostante avesse fatto studi importanti già nel 2003, l’Abruzzo Engeneering. Nell’ambito di quest’ultimo ci fu la valutazione del patrimonio a rischio, calcolando le strutture a rischio ed i 14 edifici caduti facevano parte di quell’elenco. La Protezione Civile doveva avere un atteggiamento diverso”.

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“C’è un altro fattore da tenere presente” – ha incalzato Sergio – “l’Università è autonoma, ed avendo una facoltà di Geologia, con nomi di alto rango, avrebbe potuto decidere di chiudere. Mancavano pochi giorni alle feste di Pasqua, l’allora gestione del politico Di Iorio, ha fatto una scelta politica dicendo che non poteva chiudere provocando un mancato servizio. Rilevando un pericolo, si sospendono le lezioni e basta, considerando che il fiore all’occhiello, la facoltà di Ingegneria, è crollata. La Protezione Civile fece riunire una serie di scienziati all’esterno della sede, dando un messaggio sbagliato: se ci sono gli scienziati, non c’è alcun pericolo. Infatti, fu quello che mi disse mio figlio quando, il giovedì prima del terremoto, gli dissi che se avesse avuto paura sarei andato a prenderlo”.

Associazione Vittime Universitarie del Sisma

Cos’avete fatto e farete con l’AVUS?

“Siamo una piccolissima associazione, ci siamo riuniti in 13 genitori, ma nel tempo qualcuno ci ha lasciato per l’insopportabile dolore. Siamo rimasti in pochi, ma con l’aiuto di un giornalista abruzzese abbiamo istituito un premio di laurea – quest’anno alla sua 8° edizione – per neolaureati che fanno tesi sulla prevenzione sismica, sulla resilienza, su come affrontare il post terremoto. Portiamo in giro la nostra esperienza, le incongruità che ci sono state nei nostri confronti da parte dello Stato e stimoliamo i giovani ad essere trasparenti con il proprio lavoro, i propri sogni, cercando di non raccontare più bugie com’è successo fino ad oggi. Abbiamo, inoltre, scritto un libro “Macerie dentro e fuori”, il ricavato è destinato ai vincitori del premio. Quest’anno è stato vinto da Giulia Giusti di Bologna”.

 

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