Sindaco di Bari a De Laurentiis: ‘Vendita del club per restituire dignità alla città dopo la retrocessione in Serie C’

Una città ferita guarda il suo stadio vuoto e si chiede cosa resta dopo la caduta: a Bari la parola “dignità” torna al centro, insieme a una richiesta chiara al presidente Luigi De Laurentiis. Non più attese, non più giri larghi: serve un cambio vero, anche se significa vendere il club.

Bari ha incassato la retrocessione in Serie C. È una ferita che brucia. Le voci sulla società e sul suo futuro hanno riempito bar, autobus e banchine del lungomare. Il San Nicola resta il simbolo di quella spinta collettiva che non si è mai spenta. Ma oggi la città pretende risposte nette.

Dopo giorni tesi, il sindaco Vito Leccese ha scritto a Luigi De Laurentiis. La sua nota è dura, senza giri di parole. Chiede un progetto serio e “chiaro”, orientato alla vendita del club. Non è un capriccio politico. È il tentativo di rimettere al centro una parola grande: dignità. Quella dei tifosi, quella della città.

Perché qui lo sport non è intrattenimento. È appartenenza. E quando l’appartenenza vacilla, tutto il resto crolla dietro.

La retrocessione è maturata nei playout. La squadra è arrivata scarica, confusa, col freno tirato. Un anno fa Bari aveva sfiorato la promozione. Oggi si ritrova a ricominciare dal basso. Le reazioni non sono mancate: cori, striscioni, contestazioni. E una domanda, secca: qual è il piano?

Il nodo è sempre lo stesso. A Bari si pretende una gestione centrata, con obiettivi chiari, investimenti trasparenti, tempi definiti. Negli ultimi anni il club ha alternato slanci e frenate. Ha ritrovato la Serie B, ha riacceso l’entusiasmo, poi si è perso. Non bastano slogan o post social. Serve dire dove si vuole andare e con chi.

Perché la città chiede un cambio di rotta

Il sindaco usa parole pesanti perché il tempo dell’attesa è finito. Chiede un percorso che guardi prima di tutto alla comunità sportiva. Una cessione non è un tabù se sblocca prospettive. Non c’è certezza sui potenziali acquirenti, e questo va detto con onestà: oggi non risultano trattative pubbliche affidabili. Ma la richiesta è di aprire subito una strada, con criteri chiari e controllabili. Zero ambiguità, zero promesse vaghe.

Dentro lo stadio lo si sente. Nei distinti, un papà indica il campo al figlio e prova a spiegare cosa vuol dire “ripartire”. Non è solo un risultato. È la fiducia di potersi sedere di nuovo sugli stessi seggiolini e credere che il domani non sia un copia-incolla di ieri.

Cosa vuol dire “progetto serio” per Bari

Pochi punti, misurabili: governance competente; staff tecnico definito entro l’estate; piano triennale con obiettivi sportivi e infrastrutturali; dialogo stabile con la curva e con gli abbonati; investimenti nelle giovanili; identità tecnica riconoscibile; qualità nella comunicazione. In sintesi: responsabilità. Bari non chiede miracoli. Vuole vedere una rotta e chi la tiene.

Se questo significhi davvero la vendita della società, lo diranno atti concreti. Nel frattempo, la città è lì, con il suo stadio disegnato da Renzo Piano che quando si riempie fa vibrare anche il cemento. Forse è proprio da quell’eco che bisogna ripartire: ci si riconosce in un colore, in un nome, in una promessa mantenuta. La domanda è semplice, e non fa sconti: chi avrà il coraggio di prendersene cura fino in fondo?

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