Iacchetti sogna Salvini e Vannacci a raccogliere pomodori: il punto di vista sulla remigrazione

Una sera d’estate, una battuta accende il campo: si parla di lavoro, di chi raccoglie i frutti e di chi propone la “remigrazione”. E il pubblico smette di ridere per pensare.

Capita in Toscana, durante un festival di pianoforte. Palco all’aperto, aria tiepida, chiacchiere prima del concerto. È lì che Enzo Iacchetti, tra ironia e stoccate, porta sul palco la parola più calda di questa stagione: remigrazione. Non tutti la usano, molti la ripetono. Pochi la spiegano.

Prima di arrivarci, c’è un’immagine semplice. I pomodori rossi che spaccano la luce d’agosto. La Puglia piatta, i tir fermi, i campi che chiedono braccia. È un’immagine che conosciamo: l’Italia si siede a tavola, l’insalata è pronta, la salsa pure. Il resto lo dimentichiamo in fretta.

Che cosa c’è dietro la battuta

Sul palco del “Naturalmente Pianoforte”, in una conversazione con Andrea Scanzi, Iacchetti alza il volume del paradosso. Dice che vorrebbe vedere chi invoca la remigrazione piegarsi tra i filari ad agosto. E fa due nomi, Vannacci e Salvini, per forza di simbolo più che di cronaca. La frase scuote. Fa discutere. È una provocazione, certo. Ma la scena chiama il tema vero: chi raccoglie oggi i nostri pomodori.

In Italia, nel lavoro agricolo, un addetto su quattro è straniero. Nelle province del Sud la quota sale. Non è un’opinione: sono numeri consolidati. Senza migranti molti raccolti resterebbero a terra. Esistono esempi virtuosi, aziende pulite, filiere controllate. Ma esiste anche il lato oscuro. Le cronache, in più stagioni, hanno documentato paghe a cottimo, turni massacranti, trasporti insicuri. Il fenomeno del caporalato non è un fantasma: ha nomi, processi, sentenze. Le morti sulle provinciali del Foggiano nel 2018 sono ancora lì nella memoria. E non servono iperboli per dire che “un euro l’ora” è uno shock etico prima ancora che un reato.

Iacchetti lo sa. La sua battuta non denuncia un foglio Excel, denuncia un cortocircuito. Vogliamo meno stranieri? Possiamo discuterne, con toni seri, numeri alla mano, politiche possibili. Ma allora chi, da domani mattina, entrerà nei campi a 40 gradi? Chi sposterà le cassette all’alba? Chi si prenderà i giorni senza contratto quando piove? La provocazione non affronta la legge. Ci mette davanti alla realtà materiale delle cose.

Il punto sulla “remigrazione”

Il termine “remigrazione” è entrato nel lessico politico recente. Significa rimandare indietro chi è arrivato, anche se già qui lavora o spera di farlo. Di proposte organiche, con costi e impatti stimati, non ne circolano molte. Alcuni progetti esistono, ma i dettagli spesso mancano o restano controversi. Qui il punto non è lo slogan. È la filiera.

Prendiamo un esempio concreto: il pomodoro da industria. La raccolta è breve e intensa. Saltare una settimana può compromettere una stagione intera. Se mancano stagionali, i prezzi schizzano o i frutti si perdono. Le aziende che rispettano i contratti faticano a competere con chi taglia sul salario o sull’alloggio. Senza controlli capillari e incentivi mirati, il mercato spinge verso il basso. È così che la retorica diventa distanza: tra chi parla e chi suda.

Alla fine, l’immagine resta quella. Agosto, luce bianca, un campo lungo come una strada. Una mano che allunga il braccio, stacca un frutto, lo posa piano in una cassetta. Alziamo lo sguardo: vogliamo continuare a non vedere chi è quella mano? O siamo pronti a decidere quanto vale davvero, in questo Paese, una giornata di lavoro sotto il sole?

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