Una famiglia che non ha smesso di bussare alla porta della verità. Un’aula blindata, nomi e volti assenti, e una richiesta che pesa come un macigno. In controluce, dieci anni di resistenza civile: il tempo di chi non si arrende al silenzio.
Nel bunker di Rebibbia l’aria è densa. La voce dell’avvocata della famiglia Regeni non cerca effetti speciali. Va dritta. «Sono stati anni continui di tortura anche per noi», dice Alessandra Ballerini. Parla di fango buttato su Giulio, del lavorìo stanco di chi deve difendere un figlio anche da morto. Sono parole semplici, eppure inchiodano. Perché raccontano un dolore pubblico diventato, nel tempo, una preghiera laica: verità e giustizia.
Il processo si muove in un luogo che sembra fatto apposta per contenere storie difficili: l’Aula bunker. In cartella, le requisitorie del pm Sergio Colaiocco e del procuratore capo Francesco Lo Voi. Sul banco, l’accusa contro quattro agenti della National Security egiziana, oggi imputati. Lì non ci sono loro, ma ci sono le carte, i tabulati, i verbali. E c’è soprattutto il tempo: quel 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa di Giulio al Cairo; il 3 febbraio, il ritrovamento del corpo con segni compatibili con la tortura; gli anni di ricerche, di commissioni, di atti spediti e ritornati indietro. È un rosario civile che tutti conosciamo.
In aula: parole che pesano
Ballerini lo ricorda senza teatralità: «Doversi difendere da tutto questo, dopo dieci anni, è faticoso». Chi siede tra il pubblico annuisce in silenzio. Perché questa storia, prima ancora che giudiziaria, è umana. E perché l’Italia intera, volente o nolente, ci si è specchiata: la paura di essere presi in mezzo da un regime lontano e vicino insieme; la sensazione che la giustizia, quando deve attraversare un confine, cammini con le tasche piene di sassi.
A metà udienza arriva un passaggio che cambia il respiro della sala. La Presidenza del Consiglio, costituita parte civile, chiede un risarcimento di 2 milioni di euro agli 007 imputati. Non è una somma buttata lì. È un segnale politico e istituzionale: il danno non è solo privato, non riguarda solo la famiglia. Tocca l’immagine dello Stato, la fiducia nelle sue relazioni, l’onore di una comunità che ha visto uno dei suoi giovani partire per studiare e non tornare più.
Una richiesta che parla a tutti
È lecito chiedersi: a cosa serve davvero? Serve a dire che nessuno si rassegna all’idea che la verità sia un lusso. Serve a riconoscere un costo sociale, oltre che giuridico. E serve a non tagliare corto con formule di comodo. In questa storia, nulla è comodo. Nemmeno la procedura: notifiche difficili, processo in assenza degli imputati, diplomazie che si annusano e si misurano. Tutto documentato, passo dopo passo, nelle carte della giustizia italiana.
Provo a dirlo senza giri: l’eco di Rebibbia arriva in cucina, nelle nostre case. Perché quando un Paese chiede conto a un altro delle sue ombre, ognuno di noi decide che persona vuole essere. Uno che volta pagina in fretta? O uno che resta, che insiste, che mette in fila i fatti e aspetta?
Il nome di Giulio non è un monumento. È una traccia. La famiglia Regeni ha camminato su quella traccia a mani nude, come dice l’avvocata, contro un apparato di sicurezza potente, contro la polvere che tutto copre. Oggi quella traccia passa da Rebibbia, dalla voce dei pm, da una cifra che chiede ascolto. Domani, da dove passerà? Forse dalla nostra capacità di tenere lo sguardo fermo, anche quando la notte sembra più lunga del necessario.
