Un’aula che rumoreggia, microfoni accesi e una difesa che sposta l’aria: Galeazzo Bignami si mette davanti al compagno di partito Andrea Delmastro, parla di minacce di mafia, scherza amaro su Ranucci e rivendica l’arresto di Messina Denaro “grazie a Meloni”. Tra battute al vetriolo e fatti che chiedono riscontri, resta una domanda: cosa conta davvero, il tono o la sostanza?
C’è un modo di fare politica che non arretra di un millimetro. Bignami lo pratica. Difende Delmastro con voce ferma. Sostiene che qualcuno, nei ranghi della criminalità organizzata, lo avrebbe evocato come un bersaglio. Parla di “saltare in aria”. Dice che per questo ha una scorta. E poi affonda la stoccata. Prende di mira Sigfrido Ranucci e tira in ballo Valter Lavitola, tra doppi sensi e sarcasmo da palco.
La scena è questa: un’escalation retorica che vibra. La politica che fa spettacolo. Il pubblico che si divide. Da una parte, l’applauso a chi non teme i toni forti. Dall’altra, la richiesta di prove, atti, verifiche.
Le parole e i fatti: dove si incontrano
Bignami fa due mosse. La prima: Delmastro è davvero minacciato dalla mafia. La seconda: chi critica, come Ranucci, merita una punzecchiatura senza sconti. La prima mossa è la più seria. Le minacce sono una cosa grave. Qui i riscontri contano. Al momento, non ci sono elementi pubblici dettagliati sulle frasi attribuite a esponenti mafiosi. Ci sono notizie di misure di tutela per Delmastro in passato, ma le motivazioni ufficiali non sono note in modo trasparente. Se esistono informative, non sono accessibili. È giusto dirlo chiaro.
La seconda mossa è teatro politico. Il sarcasmo. La battuta che buca i social. Funziona un giorno, lascia scorie il giorno dopo. Colpisce il bersaglio, ma trascina con sé l’idea che tutto sia polemica e poco sia sostanza.
Messina Denaro e il merito politico
Poi arriva il colpo di scena retorico: “Messina Denaro? Arrestato grazie a Meloni”. Qui i fatti sono verificabili. Il boss di Cosa Nostra è stato catturato il 16 gennaio 2023 alla clinica La Maddalena, a Palermo. Era latitante da quasi trent’anni. L’operazione l’hanno eseguita i Carabinieri del ROS, coordinati dalla Procura di Palermo. È stato un lavoro lungo, fatto di pedinamenti, dati sanitari, incroci anagrafici, errori del boss e pazienza investigativa. Attribuire l’arresto a un singolo nome politico semplifica. Il governo in carica può rivendicare contesto, indirizzo, cooperazione istituzionale. Ma il merito operativo resta alle forze dell’ordine e alla magistratura. Questo è un confine sano. E conviene a tutti rispettarlo.
La politica però vive di frame. Serve uno slogan che stia in dieci parole. E allora ecco la rivendicazione. Funziona in TV, meno nei fascicoli.
Ci sono giorni in cui chiediamo alla politica una carezza. Altri in cui pretendiamo un verbale. Oggi, davanti alla difesa di Delmastro e alla rivincita verbale su Ranucci, la sensazione è doppia. Da un lato, la richiesta legittima di protezione per chi è nel mirino delle minacce. Dall’altro, la tentazione di trasformare ogni passaggio in un titolo a effetto. Forse la domanda vera è un’altra: abbiamo ancora spazio per distinguere la sicurezza dalle battute, i riscontri dagli slogan? Se la risposta è sì, allora la discussione può andare avanti. Con voce più bassa. E fatti più alti.