L’embargo del petrolio russo ferma la raffineria di Priolo, Mise: “Valuteremo area di crisi complessa”

"Il governo intervenga sulle banche affinché riaprano a Lukoil le linee di credito oggi bloccate - è la richiesta di Cgil e Filctem - A rischio 10mila posti di lavoro".

Polo petrolchimico siracusano - Foto di Wkipedia
Polo petrolchimico siracusano – Foto di Wkipedia

Il Mise è pronto a “decretare l’area di crisi complessa”, per fronteggiare il rischio della chiusura della raffineria Isab-Lukoil di Priolo. La Regione Sicilia replica: “Abbiamo presentato sette mesi fa la richiesta, nessun tipo di risposta ci è stata data, nonostante abbiamo scritto quattro volte al ministro Giorgetti”. 

Lo stop al petrolio russo via mare entro il 2022 deciso da Consiglio europeo potrebbe decretare la fine della raffineria siciliana e, con la sua chiusura, anche la crisi del porto di Augusta.

Cgil e Filctem nazionali, regionali e di Siracusa chiedono al governo di intervenire sulle banche, affinché riaprano le linee di credito all’Isab, per consentire alla società di acquistare il greggio su altri mercati.

Raffineria di Priolo: perché rischia la crisi

La raffineria di Priolo è un’azienda di diritto italiano controllata dalla Svizzera Litasco Sa, a sua volta controllata dalla russa Lukoil. La società non è sottoposta alle sanzioni, ma è bastato aprire la discussione europea sul sesto pacchetto di misure contro Mosca per innescare il blocco del credito alla Isab da parte delle banche.

Cgil e Filctem: “Il governo intervenga sulla banche. A rischio 10mila posti di lavoro”

Così la società, che prima importava solo il 15% del greggio da Mosca e il resto dal mercato internazionale, è stata costretta a rifornirsi al 100% dalla Russia, gli unici che le fanno credito. Ora, con la decisione dell’embargo via mare, la situazione rischia di aggravarsi. “Il governo intervenga sulle banche affinché riaprano a Lukoil le linee di credito oggi bloccate – è la richiesta di Cgil e Filctem – Si rischia il collasso dell’intera area industriale, con la perdita di circa 10mila posti di lavoro. La riapertura del credito consentirebbe l’acquisto del greggio sul mercato, con il superamento degli effetti indotti dalla giusta sanzione alla Russia”. 

Le conseguenza della crisi ucraina in Sicilia

La crisi dell’Isab si aggiunge a una situazione già critica. La Sicilia sta pagando il prezzo più alto della guerra in Ucraina, come evidenzia uno studio realizzato da Giuseppe Nobile per conto della Cgil Sicilia: diminuzione dell’export, calo del turismo (nel 2019 si registrano 273mila presenze della Russia, il 3% del totale dei turisti stranieri, per una spesa generata di circa 25 milioni di euro) e l’aumento dei generi di largo consumo. I prodotti alimentari in Sicilia sono cresciuti del 10,3% rispetto alla media italiana che è del 7%. Le spese per l’abbigliamento del 4,4% (in Italia del 2,7%), abitazioni, acqua, elettricità e gas 19,2% (in Italia 16,2%) e per i trasporti del 17,7% (in Italia del 15,8%).