Spesa militare, Guidi (Ispi) a iNews24: “Se l’Italia non raggiunge il 2% sarà relegata a un ruolo marginale nella Nato”

“L’aumento del 2% della spesa militare è il terreno dove si gioca il ruolo dell’Italia nella Nato. Se venisse raggiunta questa percentuale nei prossimi anni l’Italia potrà giocare un ruolo anche maggiore anche nell’elezione del futuro segretario generale".

Alberto Guidi - Foto di Ispi
Alberto Guidi – Foto di Ispi

L’aumento del 2% della spesa militare è il terreno dove si gioca il ruolo dell’Italia nella Nato. Se venisse raggiunta questa percentuale nei prossimi anni l’Italia potrà giocare un ruolo anche maggiore anche nell’elezione del futuro segretario generale”. Ai microfoni di iNews24, Alberto Guidi, dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), sulla guerra in Ucraina. Secondo il ricercatore se “gli ostacoli politici impediranno il raggiungimento di questo target allora l’Italia potrebbe essere relegata a un ruolo di nicchia”.

Cosa sta accadendo al fronte?
È un momento quasi positivo per l’Ucraina perché la controffensiva a Kharkiv ha spinto i russi fino al confine russo-ucraino, in modo simile a Kiev. Questo porta i russi a rivedere le loro strategie di accerchiamento dell’esercito ucraino in Donbass. D’altra parte Mariupol sembra definitivamente caduta, quindi assistiamo a un successo da una parte e un successo dall’altra. Tutto il resto del fronte compreso tra queste due città si registrano pochi avanzamenti”;

Cosa sta succedendo nell’acciaieria Azovstal? Si può parlare di una resa dell’esercito ucraino?
“È difficile capire: dipende da quale delle due versioni si ascolta. Per la Russia ovviamente si tratta della resa dei soldati ucraini, mentre dalla parte ucraina è passata più come un accordo per un’evacuazione. Effettivamente quello che si sa però, è che mentre finora si poteva contare una resistenza ucraina che impediva la presa completa della città, adesso questa resistenza non c’è più, quindi si può considerare una vittoria russa su Mariupol, indipendentemente da come si voglia contare la vicenda dell’acciaieria”;

Quali sono ora gli scenari possibili?
Fare previsioni su questa guerra è difficile. Al momento sembra che si debbano attendere ulteriori sviluppi militari prima di poter avere nuove possibilità negoziali. È da capire quanto velocemente possano arrivare questi sviluppi. Si presenta uno scenario di guerra logorante, prolungato nei prossimi mesi, magari con pochi sviluppi fino a che una delle due parti non riuscirà a convincere l’altra a sedersi seriamente al tavolo di negoziazione”;

Cosa serve per riprendere i negoziati?
Serve effettivamente uno sviluppo sul campo di battaglia. L’Ucraina sente di poter vincere questa guerra, quindi vorrebbe tornare ai tavoli negoziali in una posizione di vantaggio militare più chiaro ed aver più potere contrattuale. Dall’altra parte la Russia, in questo momento, sente di non aver raggiunto i propri obiettivi, quindi non intende sedersi e trovare un accordo senza aver prima ottenuto qualcosa in termini territoriali. Credo che proverà più a estendere le proprie conquiste in Ucraina che non cercare di intavolare una nuova discussione”;

Se l’obiettivo iniziale di Putin era indebolire l’Alleanza Atlantica, con l’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia otterrà l’esatto opposto. È d’accordo?
Sicuramente possiamo considerare la strategia russa fallita non solo sul campo di battaglia ma anche rispetto alla Nato. Una delle richieste presentate a febbraio nei tentativi di negoziazione tra Stati Uniti e Russia per evitare un’escalation – che poi c’è stata – era il ritiro delle truppe dell’Alleanza dai confini che aveva acquisito negli ultimi venticinque – trent’anni. Ora invece vediamo esattamente l’opposto: un rafforzamento della Nato lungo tutto il confine Est dove ha dispiegato il doppio delle unità militari, ma anche con l’entrata di Finlandia e Svezia, Paesi storici per la loro neutralità. Il confine tra Nato e Russia quindi raddoppierà: esattamente l’opposto di quello che voleva Putin”;

Erdogan è contro l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato.
Al momento si assiste a una situazione di tensione tra Finlandia, Svezia e Turchia che però sembra potersi risolvere. Dietro la posizione di Erdogan sembrerebbe esserci più la volontà di concordare con Finlandia e Svezia un diverso trattamento di quello che lui considera un partito terrorista, il Pkk. E anche la volontà di ottenere, in cambio di un mancato veto, nuove armi dagli Stati Uniti. Quella di Erdogan sembra più una posizione negoziale che non un veto non risolvibile”;

Un tema tutto italiano è quello di un nuovo invio di armi a Kiev. Non continuare ad armare l’Ucraina cambierebbe la posizione di Roma nella Nato?
Non esiste una decisione giusta o sbagliata a livello di ricerca di una posizione italiana più forte. Non dobbiamo dimenticare che una delle sanzioni principali verso la Russia, del congelamento dei beni della Banca Centrale, è stata proposta proprio dall’Italia. Come non bisogna dimenticare che l’Italia ha una posizione forte nel cercare e proporre accordi sulle sanzioni. A livello militare, il nostro è uno degli eserciti più importanti d’Europa. Quindi l’invio di armi o meno non detta una maggiore rilevanza sullo scenario europeo. Però certamente queste discussioni ci pongono in distacco rispetto ad altri Paesi come il Regno Unito o gli Usa che stanno inviando tantissime armi”;

Secondo lei quindi, non inviando più armi in Ucraina, non cambierebbe neppure la percezione militare che hanno gli altri Paesi dell’Italia?
L’aumento del 2% della spesa militare è il terreno dove si gioca il ruolo dell’Italia nella Nato. Se venisse raggiunta questa percentuale nei prossimi anni l’Italia potrà giocare un ruolo anche maggiore anche nell’elezione del futuro segretario generale. Se invece gli ostacoli politici impediranno il raggiungimento di questo target allora l’Italia potrebbe essere relegata a un ruolo di nicchia”;

C’è il rischio reale che il conflitto si estenda ad altri Paesi?
Al momento, almeno dal mio punto di vista, non sembra un’opzione probabile, specialmente alla luce degli insuccessi russi in Ucraina. La difficoltà nel prendere un Paese ben armato ma comunque non all’altezza degli standard Nato, rende difficile ipotizzare che la Russia al momento abbia la forza di estendere il conflitto ad altri Paesi. Potrebbe succedere qualcosa in Transnistria, ma anche lì bisogna vedere quanto Mosca sia in grado di estendere i propri sforzi militari, visto che la prima fase della guerra in Ucraina è fallita proprio per un’eccessiva presenza di fronti di guerra. Per cui, data questa situazione al fronte, è difficile ipotizzare un allargamento del conflitto”;

Collegate alla guerra ci sono la crisi del grano e dell’energia, che inevitabilmente cambieranno anche gli equilibri economici sia durante il conflitto che dopo. Come li immagina?
Sul lato energetico stiamo già assistendo allo spostamento delle relazioni tra Russia-Europa ad Europa-Africa ed Europa-Stati Uniti. Per cui ci sarà uno sviluppo lungo questi assi che però richiederà anni e anni di investimenti in infrastrutture. Non sono certo che sia un passaggio semplice da gestire. Sul lato del grano, molti Paesi stanno ricorrendo sempre di più a un protezionismo che complica ulteriormente la crisi, per cui vedremo se effettivamente il G7 e l’Ue riusciranno ad avere un ruolo in questo contesto per assicurare le forniture ai Paesi vulnerabili”;

Come immagina un mondo post-conflitto dal punto di vista geopolitico?
Un mondo in cui la cooperazione internazionale sarà ancora più difficile, perché è venuta meno una fiducia già fragile tra i Paesi, che è necessaria per tutti i dossier che richiedono uno sforzo globale, come il cambiamento climatico. Per cui è possibile immaginare tavoli internazionali ancor più tesi rispetto al passato, fino a che l’urgenza delle varie questioni non riuscirà a riavvicinare, in parte, Paesi al momento molto lontani”;

Cambierà anche la globalizzazione?
Stiamo assistendo, a livello di globalizzazione, non tanto alla diminuzione degli scambi, ma alla revisione delle catene di approvvigionamento, cercando una maggiore regionalizzazione, in modo da esporsi meno rispetto a rischi geopolitici o legati alla guerra, così da avere forniture di materie prime garantite. In un mondo globalizzato come quello attuale rappresenta una sfida impossibile, per cui indipendentemente dalle proprie alleanze, è difficile pensare di costruire tutte le catene del valore sui propri alleati. Inevitabilmente si passerà anche per Paesi più lontani dal proprio sistema di valori, come nel caso dell’Italia che si è rivolta all’Algeria per il gas”.