Ospedali, Cavanna (CIPOMO) a iNews24: “Evitare che il Covid ritardi le cure oncologiche”

"Lavorando in maniera multiprofessionale tra medici del territorio, medici di famiglia e medici ospedalieri, riusciremo a curare buona parte dei malati con la malattia infettiva”, spiega il professore.

Luigi Cavanna
Luigi Cavanna

La pandemia sta causando la riduzione delle attività diagnostiche e interventi chirurgici per molti pazienti e anche per i malati oncologici. Sicuramente qualcosa non ha funzionato e sarebbe corretto ammetterlo. Anche perché le soluzioni per evitare ulteriori ritardi e che vengano vanificati i progressi raggiunti in termini di sopravvivenza per i malati oncologici, ci sono”. Ai microfoni di iNews24, Luigi Cavanna, presidente del CIPOMO (Collegio Italiano Primari Oncologici Medici Ospedalieri). 

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Professore, quali sono i numeri dei ritardi negli screening oncologici?
Nel 2020 abbiamo avuto oltre due milioni e mezzo di screening in meno rispetto al 2019. Di questi, il 45% in meno per il colon, 43% per il collo dell’utero e circa 37% in meno per il tumore della mammella”;

Cosa si rischia effettuando un minor numero di screening?
Si trova la malattia quando è in una fase più avanzata, cioè nella condizione in cui non è più possibile una guarigione vera, che in oncologia si ottiene se riusciamo ad intervenire chirurgicamente in modo radicale per i tumori di organo. Se il cancro ha dato metastasi è estremamente difficile arrivare a guarire. Questo è il vero dramma ed è il motivo che ha spinto gli oncologi italiani a far sentire la loro voce, portando questa problematica all’attenzione di tutti. Il tumore è una malattia “tempo-dipendente”: una volta che si innesca, le cellule neoplastiche tendono a crescere a livello locale e poi a dare metastasi. A questo punto diventa difficile guarire”;

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Si è registrato anche un aumento di decessi per tumore?
È presto per dirlo. Il tumore non è un evento acuto come gli infarti, quindi non è misurabile subito. L’aumento dei decessi è atteso nei prossimi mesi e anni. I numeri di malattia avanzata però, fanno pensare a un netto aumento di decessi proprio per il ritardo diagnostico”; 

La pandemia ha ritardato anche le operazioni chirurgiche?
Le operazioni chirurgiche sono arrivate a meno 400mila interventi di chirurgia generale, con punte dell’80%. Si è cercato di salvaguardare i malati oncologici, però anche una parte di loro è andata incontro ad un mancato trattamento in tempi adeguati dal punto di vista chirurgico. Ricordiamo che lo screening non è tutto. Le faccio un esempio: se una persona ha sintomi riconducibili al tumore allo stomaco e non viene fatta una gastroscopia in tempi adeguati perché i medici sono dislocati in altre attività, chiaramente vi è un ritardo dell’offerta dell’esame. Questo vale in molti altri ambiti”;

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Quali sono le soluzioni che proponete?
Innanzitutto abbiamo suggerito di non dislocare i medici degli ospedali nei centri vaccinatori, per cercare di mantenere il più possibile l’integrità dei percorsi diagnostici e terapeutico-chirurgici. Ma questo diventa difficile da mettere in pratica quando le rianimazioni e gli ospedali sono occupati in buona parte da malati Covid. Quando ci sono interventi chirurgici importanti, il chirurgo deve avere disponibile un posto letto in rianimazione dove far passare il paziente in caso di necessità. Se il posto non c’è, gli interventi non vengono eseguiti perché c’è un rischio elevato. È tutta una concatenazione di situazioni”;

Come si potrebbe gestire la situazione a livello organizzativo?
Espandendo le cure territoriali, mettendo in campo una strategia multiprofessionale. Le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale ndr.) nel nostro territorio, l’Emilia Romagna, funzionano bene perché una parte importante di malati Covid viene curata a casa. Invece i trattamenti per i malati oncologici non sono tutt’oggi ridotti. Anche in altre Regioni non è così e tutto si riversa sugli ospedali”;

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Qual è, secondo lei il problema degli ospedali?
Veniamo da decenni di tagli. Andrebbero fatti investimenti per aumentare l’organico di personale medico e per potenziare la medicina sul territorio. Ci si dovrebbe organizzare in modo da prevedere una forte collaborazione tra ospedali e territori. Oggi abbiamo a disposizione la telemedicina e il teleconsulto. I medici giovani che vanno a casa dei malati Covid con le Usca possono interagire direttamente con gli ospedali e coordinare il trattamento con gli anticorpi monoclonali. Lavorando in maniera multiprofessionale tra medici del territorio, medici di famiglia e medici ospedalieri, riusciremo a curare buona parte dei malati con la malattia infettiva”.