Dino Budroni ucciso da un poliziotto, la sorella a iNews24: “Molte persone non ascoltate al processo. Vorrei capire perché”

Dopo varie istanze e due anni dalla sentenza della Cassazione, la famiglia di Dino aspetta ancora la data dell'Appello. L'avvocato: "Non siamo contenti di come si è arrivati al primo e al secondo grado. Non ci fermeremo".

Dino Budroni
Dino Budroni

Tutto il processo di mio fratello si è concentrato sull’atto finale. Ma non c’è solo quello. Ci deve essere stato qualcosa che ha causato la sua morte. Ci sono molte persone agli atti che non sono mai state ascoltate e io vorrei capire perché”. A parlare ai microfoni di iNews24 è Claudia Budroni, che chiede verità su alcuni aspetti riguardanti l’uccisione del fratello Bernardino, detto Dino, avvenuta il 30 luglio 2011 all’epilogo di un inseguimento con la polizia sul Grande Raccordo Anulare a Roma.

Per la morte di Dino, il 18 luglio 2018 è stato condannato a otto mesi di carcere Michele Paone, poliziotto, per omicidio colposo. Ma nel 2019 la Corte di Cassazione ha ribaltato la sentenza, accogliendo il ricorso della difesa e annullandola per vizio di motivazione. Resta quindi il verdetto del primo grado: assoluzione piena e la possibilità di un ritorno in Appello solo per alcuni punti stabiliti dal giudice. Claudia e i suoi familiari aspettano da quasi due anni e l’avvocato della famiglia, Sabrina Rondinelli, più volte ha presentato istanze, ma ad oggi non c’è ancora la data dell’udienza. 

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Dalla morte di Dino è cominciato “un calvario senza fine”, come racconta Claudia. “La nostra famiglia è distrutta. Mio padre ogni mattina andava al cimitero alla stessa ora fino a due anni fa, quando è morto per un cancro al fegato”. 

La ricostruzione ufficiale della sera della morte di Dino

Dino Budroni è stato ucciso da due colpi di pistola la notte del 30 luglio 2011. Aveva deciso di andare sotto casa della compagna a Cinecittà. Al citofono della donna rispose un uomo, così lui, sentendosi tradito, andò su tutte le furie e nel tentativo si entrare, danneggiò la porta di ingresso. Fu proprio l’amico della compagna a chiamare la polizia, ma non sarebbe stato l’unico.

Claudia e Bernardino Budroni da bambini
Claudia e Bernardino Budroni da bambini

All’arrivo degli agenti, Budroni si precipitò in auto e da lì cominciò una folle corsa che terminò sul Gra, quando fu accerchiato da due auto della polizia e una dei carabinieri giunti in ausilio degli agenti. Da una delle due auto dei poliziotti, secondo l’accusa, uscì Paone che sparò due colpi, di cui uno mortale al fianco: “Nessuno ha mai detto che mio fratello non abbia sbagliato – afferma Claudia – ma non doveva essere giustiziato. Non era armato. Era nella sua auto, con le mani alzate, come hanno detto anche i carabinieri”. 

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La tomba di Dino profanata otto volte: “Non era uno stalker”

Negli anni, la tomba di Dino è stata profanata otto volte e Claudia l’ha sempre denunciato: “Lo hanno definito stalker. Mio fratello non era uno stalker”, racconta la donna. 

La casa dell’uomo è rimasta uguale a dieci anni fa, come se dovesse tornare da un momento all’altro. Troppi sono, secondo i familiari, i punti oscuri che non sarebbero stati presi in considerazione durante tutto l’iter processuale che ha portato alla sentenza della Suprema Corte. Tra queste, alcune intercettazioni e testimoni mai ascoltati.

L’avvocato della famiglia Budroni: “Aspettiamo l’Appello, ma non ci fermeremo”

Ai nostri microfoni, anche l’avvocata della famiglia Budroni, Sabrina Rondinelli, che spiega: “Noi non contestiamo la sentenza della Cassazione. La famiglia di Budroni non è contenta di come si è arrivati al primo e al secondo grado. Aspettiamo l’udienza, ma non ci fermeremo”.