Dino Budroni ucciso dalla polizia, l’appello della sorella a iNews24: “Spero che un giudice riconsideri il caso”

Dopo la sentenza della Corte di Cassazione sulla morte dell'uomo, si attende l'Appello bis dal 2019. "So che servirà a poco, ma mio fratello non era solo un fascicolo".

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Spero che un giudice riconsideri il caso di mio fratello e gli restituisca dignità, anche se servirà a poco”. Non riesce a darsi pace Claudia Budroni, la sorella di Bernardino, morto il 30 luglio 2011 all’epilogo di un inseguimento sul Grande Raccordo Anulare a Roma. Per il suo omicidio, il 18 luglio 2018 è stato condannato a otto mesi di carcere Michele Paone, poliziotto ventinovenne, per omicidio colposo. Ma nel 2019 la Corte di Cassazione ha ribaltato la sentenza, accogliendo il ricorso della difesa e annullandola per vizio di motivazione. Resta quindi il verdetto del primo grado: assoluzione piena e la possibilità un ritorno in Appello solo per alcuni punti stabiliti dal giudice.

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Claudia e i suoi familiari aspettano la data da quasi due anni e la loro avvocata Sabrina Rondinelli ha presentato due istanze che finora sono rimaste inascoltate: “Non abbiamo grandi speranze, vogliamo che venga fatta giustizia – spiega la donna – Sappiamo bene che la pandemia ha rallentato tutti i processi ma mio fratello non era solo un fascicolo come invece finora è stato trattato”.

Claudia e Bernardino Budroni da bambini
Claudia e Bernardino Budroni da bambini

Per Claudia è difficile ripercorrere gli anni della sua vita trascorsi senza il fratello Dino, che secondo lei non ha avuto un giusto processo: “Fin dall’inizio è stato difficile. Tant’è che il primo grado, finito con l’assoluzione di Paone, è iniziato dopo due anni dalla morte di mio fratello. Sappiamo bene che quando si tratta delle forze dell’ordine c’è sempre un occhio diverso rispetto ai cittadini. Voglio sottolineare che noi non ci rivolgiamo affatto a tutta la categoria, ma solo a quel soggetto che indossa la divisa. La tomba di mio fratello è stata profanata otto volte”.

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Dino Budroni è stato freddato da due colpi di pistola, di cui uno mortale. Quella notte aveva deciso di andare sotto casa della compagna a Cinecittà. Al citofono rispose un uomo, così lui, sentendosi tradito, andò in escandescenza e nel tentativo di entrare danneggiò la porta di ingresso. Fu proprio l’amico della donna a chiamare la polizia, ma non sarebbe stato l’unico. All’arrivo degli agenti, Budroni si precipitò in auto e cominciò una folle corsa. Sul Gra fu accerchiato da due volanti della polizia e una dei carabinieri e fu così costretto a fermarsi. Da una delle due auto dei poliziotti, secondo l’accusa uscì Paone che sparò due colpi, di cui uno fatale al fianco. “Mio fratello è stato definito stalker. Io non ho mai detto che quella sera non abbia sbagliato. Ma doveva essere fermato, non di certo ucciso”.

Bernardino Budroni, detto Dino
Bernardino Budroni, detto Dino

Secondo Claudia Budroni, nel corso dell’iter processuale molti elementi che avrebbero potuto cambiare il destino della sentenza non sono stati considerati abbastanza: “Al processo i carabinieri, testimoni della vicenda, sono stati ascoltati. Ma che fine hanno fatto le loro testimonianze? Nelle intercettazioni si dice che se mio fratello non fosse stato ucciso sarebbe tornato a casa. Quindi non sarebbe tornato dalla compagna”.

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Secondo la donna non sono state prese in considerazione neppure altre intercettazioni e personaggi-chiave della vicenda, tra cui una vicina “che dopo poco tempo ha cambiato casa e non si è più vista”. “Sono stata io ad aver visto mio fratello l’ultima volta – continua la donna – Dal giorno della sua morte la nostra vita è stravolta. Eravamo molto legati, anche perché abitavamo tutti nello palazzo e per anni mio padre ogni giorno, alle 10.30 è andato al cimitero alla tomba di Dino. La sua morte mi ha cambiato e nessuno ci ha mai aiutati”.

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