Tre bombe in quattro giorni, a Ponticelli è guerra di camorra: “Quella dei clan è strategia della tensione”

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Sono passate da poco le 23 quando a Ponticelli, quartiere della periferia Est di Napoli, scoppia una bomba. Nessun obiettivo specifico, nessuna “operazione chiurgica”, nulla che lasci trasparire un’intimidazione volta a una persona ben precisa. Quell’ordigno è il terzo a scoppiare nel giro di quattro giorni. Ponticelli, a metà maggio, diventa nuovamente teatro di una guerra fra clan di camorra che si combatte anche così: con le bombe. Per dimostrare chi è il più forte.

La bomba esplosa a Ponticelli (Facebook)

Da un lato, il sodalizio composto dalle famiglie De Luca Bossa – Minichini – Schisa; dall’altro un ulteriore clan storico del quartiere, i De Martino, che dopo l’arresto del giovane boss Antonio stanno tentando di riappropriarsi delle piazze di spaccio e del giro di estorsioni. Un clan che, seguendo una tendenza ormai consolidata nell’ambito della “comunicazione” di camorra, si è dotato di un vero e proprio logo: XX. Sigla con cui Antonio De Martino terminava i suoi post sui social, oggi elevata al rango di firma per l’intero clan.

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La faida in atto a Ponticelli sembra inserirsi in una tendenza sempre più marcata: la violenza come forma di comunicazione. Un brand che rende riconoscibili e, per ciò stesso, sottolinea la posizione di potere di un clan sull’intero territorio. Ne abbiamo parlato con Marcello Ravveduto, docente all’Università di Salerno e storico, esperto in storia della camorra e sue rappresentazioni mediali.

Marcello Ravveduto (Facebook)

 

Professor Ravveduto: tre bombe in quattro giorni esplose nelle strade di un quartiere, apparentemente senza obiettivi precisi. Qual è, secondo lei, la ragione?
Qui non siamo più nella “semplice” dimensione della faida. I clan di camorra stanno evolvendo ormai da tempo verso una forma di terrorismo urbano che contempla anche azioni di guerriglia. In questo senso, quelle bombe sono un segno: la sottolineatura e la declinazione di un potere. Attraverso quegli ordigni, i clan si impossessano dello spazio pubblico, fanno capire che il controllo di un intero quartiere è nelle loro mani. Per questo parlo di dimensione “performativa” del potere: non solo criminale, ma anche economico.

Che intende con “economico”?
Semplicemente che, con quell’atto, stanno comunicando anche: noi abbiamo i soldi per fare le bombe. Creando questo tipo di escalation, i clan lo fanno presente a tutti: non solo ai loro avversari, ma a chiunque sul territorio. Quelle bombe dicono: siamo noi che comandiamo.

Una strategia di intimidazione? 
Parlerei di strategia della tensione, “ridotta” nel contesto di una guerra fra clan, che però – come dicevo – riguarda tutta la comunità. Negli anni ’80, il racket utilizzava bombe vicino alle serrande dei negozi a scopo di intimidazione nei confronti di un singolo commerciante che non voleva sottoporsi a un’estorsione. Adesso parliamo di una strategia generale di controllo: la prossima bomba potrebbe esplodere in qualunque momento e in qualunque strada del quartiere. Se prima il territorio si controllava con le estorsioni e col “pizzo”, adesso sono questi atti violenti a imporre la loro strategia di dominio.

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Una volta si parlava di “stese”, ossia di sciami di motorini con persone in sella che sparavano per aria, all’impazzata…
Le bombe sono, per così dire, la loro naturale evoluzione. Anche nel caso delle “stese” parliamo comunque di azioni terroristiche volte al controllo del territorio che si alimentano di un immaginario da far west: i fuorilegge che arrivano al villaggio, i colpi di pistola, tutti che scappano o si buttano a terra. La violenza, in tal senso, non è mai fine a se stessa. Non esiste una violenza “inutile”: essa comunica sempre qualcosa.

Questa strategia passa anche per un altro tipo di comunicazione: quella grafica. Penso alla XX con cui si firma il clan De Martino, che in qualche modo ricorda il famigerato ES17 del boss Emanuele Sibillo. Quando conta, in tal senso, questo marchio?
Conta moltissimo, perché ormai da anni i “nuovi” clan hanno capito che la simbologia è centrale, in un mondo dove la comunicazione visuale è dominata dai meme e dalle emoji. Ecco che quella XX diventa un brand legato a una firma, quella del clan. Le mafie hanno sempre utilizzato strategie di comunicazione visiva, dal modo di vestirsi o di portare i capelli. Adesso il messaggio si mediatizza, diventa più immediatamente fruibile sui social. Non è un caso, ad esempio, che nei contenuti prodotti su TikTok o Facebook costoro mettano quasi sempre l’emoji di una bomba. Sono elementi centrali del loro immaginario: le bombe sono all’ordine del giorno, anche nel loro linguaggio, nel loro modo di fare e di esprimersi.

XX può essere anche un messaggio intimidatorio del tipo: non è possibile nemmeno nominarmi?
A ben vedere, in questo marchio c’è un po’ tutto quello di cui stiamo parlando: una forza indeterminata che può colpirti da un momento all’altro. Allo stesso tempo è però una dimensione riconoscibile: quando vedi quella XX, sai che noi siamo quelli delle bombe. L’idea della strategia della tensione c’è tutta. Non dimentichiamo che i clan non sono certo avulsi dalla società, anzi: ci vivono dentro e ne comprendono bene le dinamiche. Se per costruire la loro identità e imporla esternamente hanno bisogno dei social e di una forma di comunicazione semplice e impattante come un logo, stiamo sicuri che lo faranno. Anche questa è appropriazione dello spazio pubblico.

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