Un anno di pandemia, poliziotto in servizio a Codogno a iNews24: “Ricordo un grande senso di dignità”

Angelo Mollica è un poliziotto in servizio al Reparto Prevenzione Crimine di Napoli. L’anno scorso, quando il Covid-19 era un mostro ancora quasi sconosciuto, è stato chiamato nel Lodigiano al controllo del primo focolaio italiano.

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Angelo Mollica è un poliziotto in servizio al Reparto Prevenzione Crimine di Napoli. L’anno scorso, quando il Covid-19 era un mostro ancora quasi sconosciuto, è stato chiamato nel Lodigiano al controllo del primo focolaio italiano. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’anniversario del primo lockdown in Italia.

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È trascorso un anno dalla pandemia. Lei è stato uno dei primi poliziotti ad affrontare l’emergenza, quando alcune città in provincia di Lodi, Codogno inclusa, sono state isolate. Ci racconta la sua esperienza?
Il mio è stato il primo reparto a partire. Ricordo che ero a Lecce per un’operazione di polizia giudiziaria e ci hanno chiamato per andare a Lodi. Nessuno sapeva più di tanto, circolavano le prime notizie sul virus. Seguivamo il telegiornale, ma eravamo tutti ignari di ciò che avremmo trovato lì. Siamo partiti il 4 marzo, se non ricordo male. Arrivati a Lodi, ci siamo sottoposti alle visite mediche, ci hanno fatto qualche raccomandazione e poi il giorno dopo abbiamo cominciato a lavorare a Casalpusterlengo, Lodi a Maleo, e nei comuni limitrofi. Vedere le case vuote e i paesi deserti è stata una sensazione stranissima, perché non riuscivamo a renderci conto della gravità della situazione, ma soprattutto di quello che stava accadendo. Fino a quando dobbiamo eseguire un’operazione di polizia giudiziaria, sappiamo cosa fare, ma con il virus era tutto stranissimo. Quelle persone sono state le prime a subire quello che poi sarebbe stata la situazione in tutta Italia. Il clima era surreale. Si faceva fatica anche a comprare un pacchetto di sigarette. Dovevano aspettare ai varchi gli approvvigionamenti, qualche familiare che gli portasse la spesa. Cercavamo di dar loro sostegno, per quanto potevamo in quella situazione”;

Memoriale per le vittime del Coronavirus, inaugurato a Codogno il 21 febbraio 2021 - Foto Getty Images
Memoriale per le vittime del Coronavirus, inaugurato a Codogno il 21 febbraio 2021 – Foto Getty Images

C’è qualcosa che non dimenticherà mai?
Ricordo con particolare affetto una coppia di fidanzatini che abitavano in due paesi diversi e potevano vedersi solo al varco. Si incontravano per pochi minuti il pomeriggio. Si fermavano a parlarci. I giovani avevano bisogno di comunicare. Stare chiusi in casa per loro era uno sforzo ancora maggiore”;

Quanto tempo è rimasto a Codogno?
Sono stato otto giorni in zona. Ricordo i morti, le prime vittime del Covid, i ricoveri in terapia intensiva. Era un viavai di ambulanze e carri funebri. Ne ho visti tanti, purtroppo”;

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Dopo il servizio nel Lodigiano e anche nei giorni scorsi, lei su Facebook ha raccontato di legame instaurato con i cittadini
È vero. Sono stati cordiali, gentili con noi e hanno avuto un grandissimo senso di dignità a sopportare quello che hanno sopportato. Ricordo quando ci portavano il caffè o una bevanda calda di sera tardi, quando eravamo al freddo. Con qualcuno ci sentiamo ancora, siamo diventati amici. Mi hanno anche invitato da loro e appena sarà finito questo periodo, andrò a trovarli sicuramente”;

Aveva immaginato che la pandemia sarebbe durata tutto questo tempo, un anno per ora?
In quel momento speravo che la situazione si normalizzasse nel giro di pochi mesi. Però avevo il sentore che l’emergenza non sarebbe stata così breve, perché era una cosa talmente inaspettata che sarebbe stato difficile risolverla in breve tempo. Non aveva precedenti. Avevo immaginato che ci sarebbero stati comunque da apporre correttivi nella migliore delle ipotesi e provvedimenti diversi in base all’andamento dell’epidemia. Nel giro di pochi giorni le notizie si spostavano da Lodi a Bergamo, quindi il virus si stava diffondendo senza controllo”;

Memoriale inaugurato a Codogno per le vittime del Coronavirus, nell'anniversario di un anno dalla scoperta di quello che si pensava fosse il primo paziente risultato positivo al COVID-19 in Italia - Foto Getty Images
Memoriale inaugurato a Codogno per le vittime del Coronavirus, nell’anniversario di un anno dalla scoperta di quello che si pensava fosse il primo paziente risultato positivo al COVID-19 in Italia – Foto Getty Images

Dopo quei giorni, com’è stato tornare a Napoli?
Quando sono tornato, tutta l’Italia era diventata zona rossa. Prima di poter incontrare mia moglie e mia figlia, sono stato in quarantena. Loro due (nel frattempo ho avuto un’altra bimba) erano preoccupate quando sono partito. Si ponevano tante domande ma non me lo dicevano per non farmi andare lì ancora di più col magone. Mia figlia ha vissuto male anche la mia quarantena: non riusciva a capire perché io stessi a casa nostra e lei dalla nonna. Poi pian piano, la tecnologia ci è venuta in supporto ed abbiamo superato anche quel periodo”;

Quali sono le sue considerazioni adesso, a un anno dalla pandemia?
La pandemia ci ha cambiati tutti. Siamo diventati più distaccati. Il fatto di aver sostituito un abbraccio o una stretta di mano con l’avvicinarsi del gomito, ci tiene fisicamente e umanamente distanti. Nella semplicità di una stretta di mano c’è tanta umanità. D’altro canto, volendo prendere solo il buono della situazione, la mascherina potrebbe proteggerci anche da altre cose, non solo dal Covid. Il virus ci ha cambiati profondamente, speriamo di tornare presto alla normalità”;

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Dove svolge il suo lavoro adesso? Cosa ha fatto in questo anno?
In questo anno ho fatto sempre pattuglia e servizio anti Covid“;

Secondo lei com’è stata gestita la pandemia? I cittadini rispettano abbastanza le regole?
Qualcuno ancora non rispetta le regole. Basta anche guardare i social per rendersi conto che ci sono ancora molti giovani che si radunano e questo accade in tutte le città d’Italia. Ma la stragrande maggioranza le rispetta. Anche perché penso che si sia capito che tutto dipende dal rispetto delle regole. Se si poteva fare di più, non compete a me dirlo. Ma credo che essendo una situazione nuova, è stata affrontata adeguatamente. Si è cercato di proteggere chi andava protetto, e credo che non si potesse fare di più”;

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A chi vuole rivolgere un appello a rispettare le regole?
Mi rivolgo soprattutto ai giovani, perché sono quelli che hanno più bisogno di comunicare, di confrontarsi. A loro dico che è giusto impegnarsi affinché questo periodo finisca. Di stare più attenti oggi per poter tornare alla normalità il prima possibile”.

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