Quattro femminicidi in pochi giorni, il Codice Rosso funziona? “Chi denuncia non viene ascoltata”

Si chiamano Sonia, Piera, Luljeta, Ilenia. Donne con storie diverse ma con lo stesso destino: la morte per mano di un uomo.

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Si chiamano Sonia, Piera, Luljeta, Ilenia. Donne con storie diverse ma con lo stesso destino: la morte per mano di un uomo. Negli ultimi giorni, a Palermo, Lecce, San Giuliano Milanese e Faenza, l’emergenza della violenza di genere è tornata a bussare alle porte dei media e non solo. Anche della politica, delle associazioni, dei movimenti femminili, delle forze dell’ordine e della magistratura, ma ha interessato anche altre donne sopravvissute.

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Tra loro c’è Filomena Di Gennaro, costretta alla sedia a rotelle dal 2006, quando il suo ex fidanzato le ha sparato sotto casa dopo averle detto: “O mia o di nessun altro”. Oggi è sposata con Peter, l’uomo che le ha salvato la vita ed è madre di tre bimbi.

Peter e Filomena il giorno del loro matrimonio - Foto Facebook
Peter e Filomena il giorno del loro matrimonio – Foto Facebook

Tutti i giorni si impegna a diffondere messaggi contro la violenza di genere e a Gabriel e Samuel, i suoi figli maschi, insegna che tra gli uomini e le donne c’è parità: “Credo che sia fondamentale l’educazione di genere, e il rispetto per gli altri, sia a scuola che in famiglia. L’esempio che una madre e un padre danno ai figli è importante. I miei tre bimbi vedono che tra i loro genitori c’è rispetto e parità”.

Ai microfoni di iNews 24, Filomena e Serena, attivista del Movimento Non Una di Meno (Roma).

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Gli omicidi degli ultimi giorni raccontano un’emergenza?
Filomena: “La pandemia ha peggiorato ancora di più la situazione per le donne che subiscono violenza in casa. Questi ultimi omicidi raccontano le stesse tragiche storie di chi ha deciso di lasciare un uomo e per questo è morta. La situazione peggiora ogni giorno di più e coinvolge anche i figli. La mia opinione è che lo Stato ancora fa molto poco. Le donne continuano a non essere tutelate. Ci sono manifestazioni e iniziative, ma quelle che decidono di denunciare, comunque non vengono protette. Da sole, devono cercare un luogo sicuro dove andare ed è complicato. Chi denuncia non viene ascoltata e così come per gli altri processi, anche i tempi per Codice Rosso, che dovrebbero essere più veloci, secondo me, con la pandemia sono stati prolungati”;

Manifestazione contro la violenza sulle donne in Francia - Getty Images
Manifestazione contro la violenza sulle donne in Francia – Getty Images

Serena: “Non Una di Meno nasce proprio sull’onda di alcuni omicidi di donne molto gravi che colpirono l’immaginario collettivo, ad esempio quello di Sara di Petrantonio. Negli ultimi giorni abbiamo visto numeri allarmanti, due donne sono morte nello stesso giorno. Ma non si tratta di un’emergenza, perché quello della violenza di genere è un fenomeno strutturale della società, rispetto al quale non si prendono misure e non si contrastano i motivi che la causano”;

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Filomena, perché dice che lo Stato è assente?
Nel mio caso ad esempio, Lui (il suo ex ndr.) è stato condannato prima al pagamento di 300mila euro, poi a circa 2 milioni di euro che non ha. Lo Stato italiano, che prima non aveva un fondo per le vittime di violenza, pagava alla Comunità Europea una penale per questo. Poi è stato istituito un indennizzo pari a 25mila euro, più 10mila per le spese mediche. A me, secondo lo Stato, ne spettano 3022. Spendo 5mila euro all’anno per la sedia a rotelle. Ecco perché lo Stato non ci tutela in alcun modo. Io lavoro e posso permettermi le spese, ma ci sono molte donne sole, con dei figli che non sono così fortunate. Anche le pene sono ridicole. Queste persone scontano pochi anni di carcere”;

Manifestazione contro la violenza sulle donne a Rio De Janeiro - Getty Images
Manifestazione contro la violenza sulle donne a Rio De Janeiro – Getty Images

Codice Rosso è efficace?
Filomena:Avrebbe accelerato i processi veloci, però non sarebbe sicuramente stato sufficiente. Perché dopo la denuncia e il processo, la pena equivale a pochi anni. In alcuni casi, questi uomini finiscono agli arresti domiciliari e le donne non hanno un posto sicuro dove essere protette. Mancano la tutela e l’aiuto. Le manifestazioni e le iniziative sono solo di facciata. Non credo che ci siano molte donne che abbiano avuto un sostegno, un risarcimento o un processo equo. Credo che anche i centri antiviolenza e le associazioni abbiano bisogno di aiuti economici per sostenere le strutture, perché molte donne che si rivolgono a loro non possono permettersi le spese processuali”;

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Serena:Quello che non funziona è proprio il fatto che si intervenga sull’emergenza. Si entra in gioco quando la situazione è arrivata al punto di caduta. Codice Rosso sta dimostrando la sua inconsistenza come contrasto alla violenza di genere. Non serve semplicemente un intervento sulla condanna e sul perseguimento dei reati, ma serve combattere il fenomeno a monte. Bisogna mettere le donne nella condizione di uscire da una situazione di violenza nel momento in cui rischia di diventare un pericolo per la vita, o di decidere come e quando denunciare, perché ci vogliono forza, consapevolezza e autodeterminazione. Vanno costruite le condizioni culturali, sociali ed economiche che permettano alle donne di essere autonome. L’8 marzo faremo una giornata di sciopero. Vogliamo mettere in evidenza che la crisi pandemica sta facendo emergere con forza la violenza strutturale, le discriminazioni e le disuguaglianze. Il 98% delle donne ha perso il lavoro durante la pandemia. Sono i soggetti più esposti alla crisi sociale ed economica e questo peggiorerà anche la condizione di ricatti e violenze a cui continuano ad essere esposte. Infine, le condizioni di confinamento domiciliare, hanno aumentato le violenze. Le case sono un luogo di pericolo sia per le donne che per la comunità Lgbt”;

Campagna contro la violenza sulle donne del fotografo e attivista italiano Alexsandro Palombo - Getty Images
Campagna contro la violenza sulle donne del fotografo e attivista italiano Alexsandro Palombo – Getty Images

Serena, Non Una di Meno è in contatto con i centri antiviolenza. Le donne, prima di denunciare si rivolgono a loro?
Quello che ci restituiscono i centri, è un dato in aumento e un cambiamento anche della composizione. Nella prima fase del lockdown si sono rivolte ai centri anche molte donne giovani, non solo adulte. Il percorso di fuoriuscita ha bisogno di una rete intorno fatta di tante cose, non solo di denuncia, ma anche di autonomia, di consapevolezza, fiducia in sé. C’è una rete che va costruita, mantenuta e supportata e questo è un lavoro complesso ma necessario per tutte. Serve anche un grado di determinazione. Non è facile uscire da una condizione di questo tipo”.

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