M5s a rischio scissione, tra sostegno e opposizione al governo Draghi

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Grillo, Di Maio e Di Battista (Getty Images)

Prendono il via oggi le consultazioni del presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi per la formazione del nuovo governo. Il quadro politico resta però ancora molto incerto, soprattutto all’interno del M5s, che dopo anni di guerra alle elites, ora rischia di spaccarsi sull’appoggio ad un esecutivo  guidato dall’ex governatore della Banca centrale europea.

 

“In questo momento il M5s è in una posizione di ascolto. Una cosa assolutamente normale per chi rappresenta la prima forza parlamentare del Paese. Non possiamo iniziare a parlare noi per primi, è Draghi che deve dirci cosa vuole fare”, spiegano a iNews24 fonti vicine al Movimento.

Restano in attesa i leader del M5s, un’attesa che assomiglia tanto a chi cerca di godersi gli ultimi istanti di quiete prima della tempesta. Ma la tempesta si sta già abbattendo in realtà.

Il nervosismo c’è, si percepisce sia dalle telefonate che dalle chat interne, come confermano in molti tra i parlamentari cinquestelle. L’assemblea dei gruppi che si è tenuta ieri infatti, ha visto scontrarsi il cuore e la ragione delle due anime grilline. Suddivisa in due tranche, (una prima parte antecedente all’incontro con Pd e LeU, e una seconda, andata avanti fino a tardi serata) la riunione ha evidenziato delle differenze profonde sul ruolo che il M5s dovrebbe assumere in questa fase, differenze che forse, in questo caso, rischiano di spaccare definitivamente il Movimento, per di più su un tema cruciale come quello dell’appoggio ad un governo tecnico.

La spaccatura nel M5s sul sostegno ad un governo Draghi

Umbria Mario Draghi
Mario Draghi (photo Gettyimages)

Due visioni contrapposte, da una parte la spinta governista e responsabile che vuole rispondere all’appello del Capo dello Stato, dall’altra il gruppo ribelle, che ancora non ha digerito il benservito rifilato a Conte e che piuttosto che appoggiare un esecutivo di larghe intese (Con Renzi e Berlusconi- ndr), preferisce sedersi all’opposizione. Ma c’è anche chi si spinge oltre, minacciando di far saltare il banco e auspicando addirittura lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate: “Se appoggiamo un governo tecnico, rischiamo di cancellare tutta la nostra esperienza innovatrice, diventeremmo uguali agli altri partiti”

Ed il rischio effettivamente esiste; perché se da una parte, appoggiando un esecutivo a guida Draghi, i cinquestelle sconfesserebbero definitivamente la loro matrice euroscettica, legittimandosi anche in chiave internazionale, dall’altra è pur vero che, per chi fatto dell’anti-tecnocrazia uno dei principali cavalli di battaglia, sostenere il governo dell’ex n.1 della Bce, rappresenterebbe forse un superamento ideologico un po’ troppo traumatico.

Ecco quindi che si cercano disperatamente della formule, più o meno forzate, per tentare di calmare i più intransigenti, ponendo dei paletti teorici e ideologici che però, nessuno sa veramente se saranno sufficienti ad arginare il dissenso ed evitare lo strappo: “Per noi non esistono governi tecnici, vogliamo un governo che sia politico, quindi Draghi dovrà prima comunicarci il programma, quali saranno i temi che vorrà affrontare e con quale composizione della squadra di governo. Siamo noi a dover dare la fiducia a lui, il nome non basta”.

L’ala ortodossa del Movimento, da Di Battista a Lezzi

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Di Battista: (Foto: Getty)

Quel Movimento che negli anni aveva costruito la sua esperienza e i suoi successi elettorali al grido di “onestà… onestà…” , oggi è confuso, spiazzato, diviso tra chi si appella alla responsabilità e chi invece richiama alla coerenza.

“Le pressioni saranno fortissime. Vi accuseranno di tutto. Di essere artefici dello spread. Di irresponsabilità. Di blasfemia perché davanti all’Apostolo Draghi non vi siete genuflessi. Voi non cedete”. Scriveva così Alessandro Di Battista ieri su Facebook, e a seguire l’extraparlamentare grillino, oltre a buona parte della base, sarebbero alcuni big dell’ala più ortodossa come i senatori Elio Lannutti, Paola Taverna e Barbara Lezzi.

L’endorsment di Giuseppe Conte

Giuseppe Conte (Getty Images)

In mattinata, proprio il presidente uscente, Giuseppe Conte, forse anche per stemperare la  tensione interna al M5s ed allontanare eventuali ed ulteriori polemiche, ha dichiarato davanti a Palazzo Chigi: Da me nessun ostacolo a Draghi, i sabotatori sono altrove. Auspico un governo politico”, aggiungendo subito dopo: Io per il Movimento ci sono e ci sarò“. Qualcosa di più di una semplice dichiarazione di sostegno a Mario Draghi, e quasi una promessa a quel Movimento 5 stelle che quasi tre anni fa lo scelse come premier, e che ora, è alla disperata ricerca di un leader.

Quello che sta per consumarsi nella compagine pentastellata, è uno scontro che rischia di lacerare il gruppo e di provocare una crisi profonda, aggravata molto probabilmente anche  dalla mancanza di una vera leadership interna, dal momento che il reggente Vito Crimi avrebbe dovuto in realtà lasciare la guida ad interim del movimento già a dicembre scorso (come  in molti, anche tra i parlamentari, hanno voluto ricordare,  proprio in questi giorni).

Non solo il reggente però, è tutto il gotha pentastellato ad essere in difficoltà in questa fase: Fico, dopo il fallimento delle “consultazioni salva-premier”, si prepara a tornare nell’ombra del suo ruolo istituzionale, i ministri Bonafede, Azzolina e Catalfo attendono inermi il loro destino, Grillo si dichiara ancora fedele a Conte, mentre Di Maio invita a dimostrare rispetto e maturità istituzionale nel confronto con Draghi.

 “L’obiettivo è, e rimane, quello di fare tutto il possibile per aiutare gli italiani ad uscire da questa crisi sanitaria ed economica. Nessun rischio scissione, vogliamo parlare prima con Draghi e solo dopo prenderemo una decisione, ha dichiarato stamattina un deputato vicino all’ala più governista.

Se a decidere però saranno i parlamentari del M5s o i suoi iscritti sulla piattaforma Rousseau, non è dato ancora saperlo. Decideranno dopo. Anche questo.

 

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