Perché l’Italia è arrivata impreparata alla seconda ondata del Covid?

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Giornate intere in fila per fare un tampone, Asl che non attivano l’app Immuni in caso di contagio e posti in terapia intensiva mai aumentati a causa della lentezza della burocrazia. Ecco perché l’Italia è arrivata impreparata a fronteggiare la seconda ondata di Covid19 e ora è una corsa contro il tempo a porre rimedio prima che la scure del nuovo lockdown ricada sull’economia già affossata di tutto il Paese.

coronavirus in ospedale

Il fallimento del tracciamento

La migliore strategia per contenere l’epidemia sarebbe quella di ricostruire i contatti avuti da chi risulta positivo al Covid19. Si tratta di mettere in pratica le famose 3T: tracciare, testare, trattare. In questo modo si potrebbero isolare i focolai in tempo e mettere in quarantena solo poche persone, sottoporle a tampone e fermare la diffusione del virus. In Italia, però, con quasi ventimila contagi al giorno, il sistema è totalmente saltato e già dall’inizio di ottobre è diventato impossibile spezzare la catena dell’infezione risalendo a tutte le persone incontrate dai positivi.

Il governo italiano ha deciso di affidarsi all’app Immuni per garantire questo contact tracing dei pazienti positivi. Il sistema dovrebbe essere attivato dall’Asl grazie a un codice generato dallo smartphone dell’utente infetto. Una volta immesso questo dato anonimo nel database dell’applicazione, dovrebbe essere restituito un altro codice da caricare sull’app dal paziente. Solo dopo questo macchinoso doppio passaggio partono le notifiche verso tutti i telefoni entrati in contatto nei quattordici giorni precedenti -per più di quindici minuti e a meno di un metro di distanza- con quello dell’utente che ha contratto il virus.

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La tecnologia di Immuni -sviluppata dalla società di Milano Bending Spoons- è stata affidata a Sogei e PagoPa ed è basata sul protocollo Bluethooth presente in tutti gli smartphone. L’app è stata scaricata da più di nove milioni di italiani e nonostante le decine di migliaia di contagi che si sono registrati dall’inizio di settembre, il cellulare ha vibrato per notifiche di esposizione soltanto a 19mila utenti, scovando appena un migliaio di positivi.

Il motivo del basso numero di notifiche lo rivelano gli stessi dipendenti delle Asl addetti al rilascio dei codici per lo sblocco di Immuni. La procedura fino a poco tempo fa non era inserita nei protocolli da seguire in caso di positività di un paziente e così solo in poche occasioni sono state fatte partite le segnalazioni dall’app.

Pochi contact tracer

Una volta identificato un positivo o qualcuno che è entrato in contatto con una persona infetta, che si utilizzi o meno l’app Immuni, bisognerebbe cominciare l’attività di contact tracing. In pratica, si deve risalire a tutti i suoi contatti delle ultime due settimane e sottoporre anche loro al test e all’isolamento volontario.

Per questa operazione sono stati messi in campo i cosiddetti “tracer”, dipendenti dell’Asl dedicati proprio a ricostruire la catena degli incontri. Ma sono troppo pochi, infatti l’Istituto superiore di sanità stima che ci siano solo 9241 tracciatori in tutta Italia. Dovrebbero essere uno per ogni diecimila abitanti, ma la cifra è molto al di sotto di questa soglia e già ad aprile ne era stata prevista l’assunzione di altri seimila. Essendo così sotto-organico, i tracer non riescono ad effettuare le quindici indagini epidemiologiche al giorno necessarie per contrastare la diffusione del Covid, ma soltanto due o tre.

Code ai drive-in per il tampone

Il fallimento del tracciamento ha un effetto immediato: le code chilometriche ai drive-in delle persone che corrono a fare il tampone perché entrate in contatto con dei positivi o perché manifestano sintomi influenzali. Chi deve fare il test può aspettare anche più di dieci ore chiuso in macchina e per ricevere il risultato possono passare anche dieci giorni -quasi quanto i quattordici previsti dall’isolamento fiduciario. E solo da poco tempo è possibile prenotare il test online per evitare le file davanti agli ospedali.

Non va meglio a chi cerca di fare il tampone tramite i medici di famiglia, che non sono ancora organizzati per eseguirli e indirizzano i pazienti al dipartimento di prevenzione territoriale, con l’effetto di sprecare giorni interi che la persona deve passare in quarantena.

La rete sanitaria non si è adeguata al virus

Senza un valido tracciamento è impossibile evitare che i contagi schizzino alle stelle. Ma anche sul fronte ospedaliero, il nostro Paese si è trovato scoperto all’aumento dei ricoveri. E dire che le Regioni hanno avuto mesi per prepararsi a questo momento. Le linee guida dettate dal Ministero della Salute prevedevano tre scelte per adeguare il sistema degli ospedali: la realizzazione di strutture specifiche per il ricovero dei malati Covid, la destinazione di ospedali già esistenti alla cura dei contagiati dal Coronavirus o la realizzazione di una rete di reparti in strutture già esistenti. Ognuna ha agito in modo diverso e senza coordinamento.

Andava anche potenziata l’assistenza territoriale per la cura dei malati non gravi in isolamento domiciliare. A tal fine era prevista l’istituzione delle Usca (unità speciali di continuità assistenziale) dedicate al monitoraggio di questi pazienti. In quasi nessuna Regione queste squadre sono entrate in funzione, anche se a marzo il Governo aveva indicato la necessità di averne una ogni 50mila abitanti. Nonostante i 60 milioni di euro messi a disposizione per farlo, ad oggi se ne contano appena 600 in 15 Regioni – metà di quelle che servirebbero, ovvero 1200.

Inoltre, per assumere 9600 infermieri di famiglia erano stati stanziati altri 330 milioni per il 2020 e 460 per il 2021, ma solo poche centinaia di loro sono effettivamente al lavoro oggi, soprattutto al Nord.

Non sono aumentati i posti in terapia intensiva

Di fronte allo tsunami di malati che non siamo riusciti ad arginare bisognava aver almeno aumentato i posti letto nei reparti di terapia intensiva, fino a raggiungere la soglia delle 14 unità ogni 100mila abitanti necessaria a resistere alla seconda ondata del virus. Il commissario straordinario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, ha denunciato di aver fornito mesi fa alle Regioni i ventilatori necessari per farlo, ma i governatori gli hanno replicato ricordando che il bando per i fondi dedicati a questa finalità è stato aperto solo il 2 ottobre dallo stesso commissario. Così il numero dei posti disponibili è rimasto grosso modo 6600 a cui potrebbero aggiungersi i 1660 attivabili con i ventilatori, troppo pochi per poter garantire assistenza a tutti.

Oltre ai posti letto, manca anche il personale per curare i malati che già stanno riempiendo i pronto soccorso. Nonostante i fondi messi a disposizione dal governo, l’ultimo Rapporto Altems attesta che il personale sanitario è stato aumentato dalle Regioni soltanto del 10% da aprile. Mancano in corsia almeno 4000 anestesisti su 18mila a lavoro in tutta Italia, per esempio. Con questi numeri, davanti all’Italia si prospetta un incubo che potrebbe superare in drammaticità quello che è successo con la prima ondata.

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