KFC, il colosso dei fast food studia crocchette di pollo fatte in laboratorio

KFC vuole ridurre al minimo l’impiego di animali nella sua filiera. L’obiettivo è realizzare le celebri crocchette di pollo fritto in laboratorio. Ecco in che modo.

kfc laboratorio
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La catena di fast food del Colonnello, un’istituzione negli Usa e da poco sbarcata anche in Italia, in prima fila nella corsa alla carne sintetica. Un settore a cui ha da tempo volto lo sguardo anche la concorrenza, al fine di limitare al minimo l’utilizzo di animali, spesso allevati in condizioni al limite, nella produzione dei prodotti famosi in tutto il mondo, dai classici hamburger a, per l’appunto, le crocchette di pollo (chicken nuggets, ndr).

Secondo quanto riportato da The Verge, Kentucky Fried Chicken starebbe portando avanti una collaborazione con la società russa 3D Bioprinting Solutions, con l’obiettivo di lanciare quanto prima sul mercato la prima crocchetta di pollo interamente realizzata in laboratorio.

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KFC: le crocchette di pollo del futuro nasceranno in laboratorio

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Il procedimento alla base della ricerca è piuttosto complesso, non replicabile in una cucina insomma. L’azienda russa a cui KFC ha affidato lo sviluppo della ‘crocchetta del futuro’ sta lavorando ad una innovativa tecnica di stampa, utilizzando cellule di pollo e materiale vegetale. Il cosiddetto bioprinting, tecnica sempre più sulla cresta dell’onda i cui avanzamenti tecnologici vanno ben oltre la cucina.

L’obiettivo è quello di ricreare, in vitro, il gusto e la consistenza tipica della pepita venduta nei fast food di tutto il mondo. A questo ovviamente si affiancheranno tutti gli altri ingredienti segreti che da decenni caratterizzano il pollo del Colonnello, dal mix di spezie fino alle salse e il pane. La timeline del progetto prevede una prima serie di test sul prodotto finale già nell’autunno di quest’anno, a Mosca.

Alla base di questa scelta motivi ecologici, etici ma anche logistici. Produrre in laboratorio la carne di pollo, come detto dalla stessa KFC, richiede 100 volte meno terreno agricolo, oltre a ridurre le emissioni di gas serra del 25%. A questo ovviamente si aggiunge la riduzione – se non l’eliminazione, in una seconda fase – degli allevamenti intensivi, con gli animali spesso reclusi senza vedere la luce del sole per la loro intera esistenza. Infine un vantaggio anche logistico, svincolando la produzione dall’andamento degli allevamenti, spesso altalenante.

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