CONDIVIDI

C’è da esultare: Gianluca Vialli, molto probabilmente, ha vinto la sua personalissima battaglia contro il tumore. A parlarne è direttamente l’ex calciatore in un’intervista a La Repubblica su quanto vissuto. 

Gianluca Vialli (Getty Images)

Gianluca Vialli sorride, perché sta vincendo la sua personalissima battaglia. Intervistato da La Repubblica oggi in edicola, l’ex calciatore ha parlato delle sue condizioni dopo un lungo percorso per fronteggiare un tumore al pancreas.

“Sto bene, grazie”, è la premessa del 55enne di Cremona. Ma è reduce da un percorso intenso e sfiancante: “A dicembre ho concluso diciassette mesi di chemioterapia, un ciclo di otto mesi e un altro di nove. È stata dura, anche per uno tosto come me. Dura, dal punto di vista fisico e mentale”.

View this post on Instagram

#friends 🔵⚪️🔴⚫️⚪️🔵

A post shared by Luca Vialli (@lucavialli) on

Vialli racconta la sua malattia

Ma per il risultato emerso, malgrado tutto, ne è valsa la pena. Vialli infatti ce l’ha fatta. “Gli esami – spiega l’attuale dirigente sportivo – non hanno evidenziato segni di malattia. Sono felice, anche se lo dico sottovoce”. Questione di scaramanzia e sicurezza, ma ci sono tutti i buoni propositi per esultare per il più bel gol della sua vita.

Una rinascita. E’ quello che sta vivendo l’ex bomber della Sampdoria: “Significa vedersi di nuovo bene allo specchio, guardare i peli che ricrescono, non doversi più disegnare le sopracciglia con la matita. In questo momento, può sembrare strano ma mi sento quasi fortunato rispetto a tanta gente”.

Inevitabile pensiero, poi, per l’emergenza coronavirus e su quanto di drammativo sta avvenendo nella sua Lombardia: “Provo un senso di colpa per non essere lì, anche se le mie condizioni non lo avrebbero permesso. Penso alle persone portate in ospedale e morte sole, ai loro parenti costretti a casa, ai funerali non celebrati: è terribile. Una prova estrema, uno strazio”. 

Un’esperienza che si cambia per sempre. Ma Vialli non la descrive come una guerra, piuttosto: “Nel mio caso è un viaggio. Un percorso di introspezione, un’opportunità. La malattia è un’esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno, però è successo e allora cerco di metterla a frutto”. 

Si rivaluta tutto. Si vede il mondo in un modo unico, probabilmente come mai visto prima: “In questo enorme silenzio che ci circonda, quasi un’atmosfera zen, c’è qualcosa di orientale. E si tornano a sentire gli uccellini persino in una megalopoli come Londra. Si passa più tempo con le persone che amiamo. Io leggo molto, parlo con gli amici e sto anche imparando a scrivere al computer con dieci dita”.