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Anche in Inghilterra il Coronavirus è stato sottovalutato ed il tutto è solo peggiorato con le parole del primo ministro: la testimonianza degli italiani all’estero

Coronavirus, italiani all'estero
Birmingham

Con 22.141 casi totali, 1.408 decessi e 136 guarigioni l’Inghilterra si posiziona attualmente al 8° posto per contagi da Coronavirus. Tuttavia gli inglesi non si sono ben resi conto della situazione. A raccontarlo, Cristina, una ragazza di Roma che ha vissuto 6 mesi a Liverpool e 6 mesi a Birmingham: “Ho vissuto in Inghilterra un anno, 6 mesi a Liverpool ed altri 6 a Birmingham, con il mio ragazzo. Siamo andati lì per lavorare ed abbiamo trovato una realtà diversa rispetto a quella italiana, abbiamo cominciato a lavorare insieme come bar tender e cameriere, in un ristorante italiano. Eravamo a contatto quasi esclusivamente con colleghi italiani e sentivamo molto di più la situazione, ma gli altri colleghi, polacchi e spagnoli, hanno sottovalutato il problema”.

Come è stata vissuta l’emergenza COVID-19 a Birmingham: quali misure sono state adottate?

“Io ed il mio ragazzo ci siamo messi in auto quarantena già intorno al 14 marzo, perché lui è stato in Italia a fine febbraio. Portavamo la mascherina, ma nessuno la portava oltre noi. Anche in ristoranti, pub, non si è riscontrato un calo della clientela – parlando da bartender – soltanto pochi giorni prima della quarantena ufficiale. Da quando c’è stata la quarantena ufficiale sono uscita soltanto due volte per fare la spesa: la prima volta tutti giravano senza precauzioni, la seconda volta l’unica differenza è stata la fila al supermercato perché facevano entrare poche persone alla volta”.

Sulle parole del primo ministro inglese, Boris Johnson: “Come è noto, il primo ministro inglese non è stato affatto umano nei suoi discorsi: è stato in quel momento che abbiamo cominciato a preoccuparci. Boris Johnson tuttavia è stato acclamato da un po’ di gente, soprattutto dai giovani che hanno sottovalutato il problema facendone una questione d’età”.

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Coronavirus, italiani all’estero: la fuga dall’Inghilterra

Coronavirus italiani all'estero
Aeroporto di Londra-Heathrow
(Pixabay)

Ad un certo punto la paura ed un contratto d’affitto in scadenza hanno prevalso sul resto ed è iniziato il viaggio per tornare in Italia. “Abbiamo deciso di tornare una settimana dopo la nostra auto quarantena, erano appena stati introdotti voli speciali per far ritornare gli italiani all’estero e l’unico volo che siamo riusciti ad acquistare è stato per circa due settimane dopo, per il 6 aprile. Abbiamo provato a contattare consolato ed ambasciata, senza mai avere successo, ci hanno risposto in ritardo, per email, dicendoci che non ci potevano garantire voli. A quel punto ci siamo spaventati ancora di più e abbiamo cercato di fare di tutto per cambiare il volo, dopo una settimana siamo riusciti a parlare con Alitalia – con molta difficoltà – e siamo riusciti a cambiare il volo garantendoci un cambio gratuito”.

“Il 28 Marzo abbiamo preso un pullman da Birmingham – seppure i servizi urbani fossero ridotti – per l’aeroporto di Heathrow. Sul pullman non erano tutti dotati di mascherina, soprattutto il conducente e gli altri assistenti. L’aeroporto era quasi vuoto tranne per i voli Alitalia, con il terminal strapieno di gente – circa 450 italiani – ad un certo punto, in fila, lo staff ci ha detto che avevano bloccato i check-in per un errore di calcolo sulla distanza di sicurezza sugli aerei, quindi siamo stati per un’ora e mezza ad aspettare che ci dicessero qualcosa. I check-in sono poi ricominciati, ci hanno controllato i bagagli, ma non la temperatura corporea e soprattutto non veniva rispettata la distanza di sicurezza. Sull’aereo tutti gli hostess ed il pilota avevano la mascherina e pregavano i passeggeri di tenerli, a Roma la Protezione Civile ci ha fatto rispettare la distanza di sicurezza, misurandoci la febbre e comunicandoci di dover fare 14 giorni di isolamento fiduciario”.

Il continuo contatto con l’ASL: “Tornata a casa ho chiamato l’ASL dichiarando di essere tornata in Italia, chiedendoci il domicilio e se avessimo sintomi, ogni giorno ci chiamano per sapere come stiamo”.

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