cecilia strada

Il numero delle violenze sessuali contro le donne ma anche contro le bambine e le ragazzine aumenta sempre di più. L’ultima è quella delle due 14enni sequestrate e violentate da due rom nella periferia di Roma.

In un mondo in cui le violenze non accennano a diminuire, Cecilia Strada, oggi 39enne, ha deciso di raccontare un grave episodio avvenuto quando aveva solo nove anni.

La presidente di Emergency si sfoga su Facebook. Ecco cosa scrive nel suo diario social.

“Sono stata un po’ assente da qui, mentre mettevo in ordine una serie di cose. Riordinando la scrivania è spuntato fuori questo: l’avevo scritto un po’ di mesi fa, per una raccolta di storie vere, “una donna alla volta”. Quando l’ho scritto pensavo l’avrei pubblicato con uno pseudonimo; oggi, in effetti, non vedo più il motivo per farlo. E questo è il mio racconto #metoo

Avevo nove anni, l’apparecchio ai denti ed ero sola a casa. Il mondo era ancora un posto senza cellulari e si chiamava sul telefono di casa: “C’è la mamma? C’è il papà?”. Sono a lavorare, dico al signore all’altro capo del filo: quaranta o cinquant’anni più di me, importante e stimato professionista, amico di papà. “Quindi sei sola a casa?”.

Qualcosa nel suo tono non mi torna. La me stessa di trent’anni più vecchia dice “metti giù”. La me stessa di nove anni dice “sì”.

“E come sei vestita?”. Il suo tono mi torna sempre meno, ma sono imbarazzata, è un uomo adulto, è un amico di papà, la mamma mi ha insegnato a essere sempre gentile, glielo dico. Ho i jeans e la maglietta.

“E le mutandine? Di che colore sono le mutandine?”. La trentanovenne ora strilla “Metti giù! Mandalo affanculo – metti giù – chiama la mamma!”. La novenne si sente gelata di vergogna, ma che cosa posso fare per uscire da questa situazione? Per chiudere prima possibile, ma senza essere maleducata, perché mi hanno insegnato ad essere sempre educata, e comunque questo è un adulto, mi ripeto, un amico di papà, non posso mica mettere giù. Anche se sono fredda gelata e adesso ho anche un po’ paura. Dico “Non mi ricordo”.

“Allora guarda. Metti una mano nei jeans e guarda di che colore sono”. Non lo voglio fare. È tutto sbagliato. Non so come uscirne. Improvviso: “Non posso farlo. Perché… – la trentanovenne: perché sei un porco pedofilo di merda, ecco perché! – perché sono troppo stretti”, dico.

“Mi piacciono i jeans stretti”, fa lui – la trentanovenne urla “Cretina! Bella improvvisazione! Allora potevi anche dirgli scusa-ma-sto-facendo-merenda-con-una-bella-banana!”. Lui va avanti: “se sono così stretti devi tirarli giù, per guardare bene”.

A quel punto divento un blocco di pietra. Una sensazione fisica: mi sento tutta dura, fredda. Un unico blocco. Di pietra. Dico “No, non posso”. Insiste. Insisto anch’io: “No, non posso, sono troppo stretti per tirarmeli giù”. Mi attacco alla mia improbabile scusa, mi rendo conto che è assurda, ma la ripeto e la ripeto, insisto. No.

Dopo un po’ desiste, saluta, mette giù.

Rimango per un’ora seduta per terra vicino al telefono, sentendomi schifosa. La trentanovenne mi dice: “Lo sai che tu non hai fatto niente, vero? Ha fatto tutto lui”. Ma io mi sento uno schifo. Per quel che mi ha detto e anche – la cosa più assurda – perché sono stata maleducata con lui. Mi sento uno schifo e ho paura di dirlo alla mamma. Ho paura, non so di che cosa ma ho paura. Ho paura che papà lo ammazzi se glielo dico, contemporaneamente ho paura che risponda “non è possibile, non è successo davvero”. Anche a me sembra impossibile, è successo davvero? Sì.

Ci ho messo parecchie settimane – parecchie settimane in cui morivo di vergogna ogni volta che squillava il telefono e mi infilavo in bagno per non dover rispondere – per decidere di dirlo a un amico della mamma e poi, insieme a lui, dirlo alla mamma. Non so che cosa abbiano fatto, ma il tizio non ha più telefonato a casa mia. Qualche anno dopo è morto. E mi spiace aver perso l’occasione di chiamarlo finché ne avevo il tempo, per fargli fare due chiacchiere con la me stessa grande. “Sono quella che aveva nove anni quando volevi guardare le sue mutandine. Che mi dici ora?”. Magari sarebbe rimasto impietrito di vergogna, come me allora, la cornetta in mano. Magari invece avrebbe messo giù subito. Chissà.
A distanza di anni, però, la domanda più dolorosa rimane questa: l’ha fatto con qualcun altro? Ha fatto di peggio? E se ha potuto fare di peggio, è perché non ho fatto abbastanza per fermarlo? Chissà”.