I media di tutti i paesi in Europa, foraggiati dai governi nazionali, evitano di affrontare l’argomento più caldo di questi ultimi anni: l’invasione silenziosa e pacifica dell’Europa da parte dei musulmani. Orde di decine e decine di migliaia di migranti ormai da tempo, scappando dai loro paesi, si sono stabilizzati nelle regioni del vecchio continente creando situazioni di disagio dovute soprattutto ai rappresentanti delle istituzioni che non hanno mai preso in considerazione l’ipotesi di rallentare questi flussi, anzi spesso (come nel caso dell’Italia fino a poche settimane fa) li hanno incentivati. Noi siamo abituati che in Italia, dove i flussi di migranti sono enormi e incontrollati, si verifichino casi di non integrazione, dove immigrati violenti minano le pacifiche comunità già in difficoltà economica per la crisi in atto da un decennio. Ora però, alcuni coraggiosi giornalisti hanno cominciato a raccontare in maniera completa ed esaustiva come l’invasione (senza regole) di queste persone in Europa abbia portato cos e disordini anche nella florida e ricca Svezia. E’ il caso dell’inchiesta giornalistica della cronista inglese Katye Hopkins, pubblicata venerdì dall’edizione on line del Mail.

Ecco le sue parole: “Non sono giunta in Svezia per seguire i disordini, o a seguito delle dichiarazioni di Trump: in effetti, dovevo essere qui ancora a dicembre, prima che gli scioperi degli aeroporti me lo impedissero. Sono venuta qui perché mi è stato chiesto. Più volte. “Le donne svedesi – racconta la cronista – mi hanno scritto sulla mail, o via lettera, per mostrarmi come è cambiato il loro paese; padri mi hanno scritto di essere preoccupati per le loro figlie, twittandomi che la Svezia non è affatto il paese che tutti immaginano, e che le ragazze hanno paura ad uscire la sera. Un immigrato dodicenne è stato stuprato in un centro di accoglienza da altri presunti migranti ‘minori non accompagnati’, che si è poi scoperto avere tra i 20 e i 45 anni. Questo ed altri casi simili sono stati rapidamente occultati”.

Quando Trump ha portato l’attenzione del mondo sulla Svezia, parlando degli effetti che l’immigrazione ha avuto su quello che è visto come il paese più liberal del mondo, la situazione era già insostenibile e orde di immigrati hanno devastato Rinkeby, il quartiere a maggioranza islamica di Stoccolma noto come la “Piccola Mogadiscio”, saccheggiando e bruciando macchine. Mentre la sinistra ha catalogato le accuse del presidente Usa come “notizie false”, altri hanno evidenziato il caos di un quartiere in cui il 90% dei residenti è straniero. Sono state diffuse le statistiche sugli stupri a Stoccolma, che vedono la città svedese come la “capitale degli stupri d’Europa” anche se coloro che difendono a tutti i costi l’immigrazione senza controllo sono riusciti a contestare anche i dati, arrivando a parlare di una “anomalia statistica”.

“Lucy, una giovane ragazza di 27 anni – racconta la Hopkins – oggi ha paura ad uscire di casa da sola. Lei vive vicino a un grosso centro commerciale che attira molti immigrati provenienti dai quartieri pericolosi, e la minacciano durante il percorso da casa al lavoro. Sotto il ponte vicino al suo appartamento stazionano bande di uomini, giorno e notte. Lucy gira sempre con uno spray al peperoncino in tasca e conosce a memoria tutti i casi di stupro avvenuti di recente; me li cita uno per uno e teme che la prossima vittima sarà lei. Dei ladri le sono entrati in casa la settimana scorsa, portandole via il computer, le chiavi della macchina, e infine la macchina. La polizia le ha detto che è troppo impegnata per aiutarla. Lucy non vuole far vedere le proprie fotografie, non perché teme un assalto da parte degli immigrati, ma da parte delle femministe, che già l’hanno accusata di essere razzista. Gli immigrati la spaventano, ma sono state le donne svedesi a metterla a tacere”.

“Le ho viste in azione – prosegue la giornalista inglese – quando è stata trovata una bomba a mano in un cestino fuori da una stazione di polizia, in uno dei quartieri più pericolosi. Ho chiesto alla polizia chi fosse il bersaglio, e mi hanno detto che non lo sapevano. Ho chiesto al capo della moschea; lui ritiene il bersaglio fosse la polizia. Dopodiché, due donne mi hanno fermata dicendomi di non tirare in mezzo la moschea, di non mostrare la cosa come se avesse a che fare con gli islamici. Era una cosa che riguardava la polizia, non gli immigrati. Mi chiedo se si siano rese conto della situazione: una bomba in un cestino. Dodici ore dopo il mio atterraggio in Svezia, un centro di accoglienza è andato a fuoco, si sospetta un rogo doloso; una bomba è stata trovata in un cestino, diretta alla polizia o alla moschea; e un’altra bomba è esplosa a Malmö, ferendo una persona”.

“È incredibile – scrive la Hopkins – che tutto ciò accada nella Svezia del ventunesimo secolo, una terra idolatrata per i suoi ideali ultra avanzati. Un cameraman della TV di stato svedese mi ha chiesto perché questi episodi dovessero essere politicizzati a tutti i costi: perché non si poteva solo dire che qualcuno aveva messo dell’esplosivo in un cestino? L’ho guardato chiedendomi chi tra me e lui fosse pazzo. Una volta tornata nel quartiere pericoloso, quello che la settimana prima era messo a ferro e fuoco sotto gli occhi del mondo, ho realizzato che ero l’unica donna in giro. Tutti gli altri erano giovani maschi africani. Ho rivolto alcune domande sugli scontri della settimana precedente. Mi hanno risposto ‘vaffanculo’, ‘troia bianca’, ‘torna dalla mamma’, facendo gesti piuttosto eloquenti di cosa avrebbero fatto alle loro ‘fidanzatine bianche’. Il mattino successivo, sono andata in un centro multiculturale femminile a chiedere alle donne dove fossero quella notte; perché si erano chiuse in casa; perché, in un paese così fiero dei propri principi di uguaglianza, non alzavano la voce”.

“Una donna – prosegue la cronista – mi ha spiegato: ‘C’è uno strano codice morale qui a Rinkeby. Sei molto più esposta al rischio se non sei musulmana. Questi uomini credono di poterti fare di tutto, se non indossi una jihab o almeno non ti copri i capelli’. Un’altra, Bessie, mi ha detto: ‘non usciamo la sera, è troppo pericoloso. Io vivo qui da 25 anni e la situazione è andata sempre peggiorando’. Parwin incolpa le moschee: ‘È a causa di ciò che gli insegnano lì dentro. Sono salafiti, come quelli dell’ISIS. Dovrebbero chiuderle, perché è lì che i bambini vengono indottrinati’. Tutte, comunque, sono d’accordo: non è sicuro uscire. Tutte sono spaventate: musulmane, cristiane, giovani e vecchie”.