Il capo, un italiano, sceglieva gli appartamenti da colpire. Poi entrava in azione la banda. Durante una fuga avevano anche tentato di investire gli agenti. Questo succede in Italia nel 2017, quando i nostri connazionali deliquenti si mettono in affari con comunitari ed extracomunitari che vengono in Italia solo per delinquere, sapendo che le nostre leggi sono così blande che, anche se scoperti, se la caveranno con poco.

La banda in questione, fortunatamente bloccata dalla polizia, constava di un croato di 44 anni, due serbi di 38 e 24 anni, e due georgiani di 38 e 51 anni. Ques’ultimo era detto “Il Dottore”. È la banda di ladri georgiani che da mesi stava mettendo a segno importanti colpi in appartamenti milanesi. Le indagini, condotte dalla Polizia, sono iniziate a seguito di un furto commesso in un appartamento in via Vittor Pisani a Milano dove avevano dimenticato il cellulare. Il bottino era stato di circa 200mila euro. Dallo smartphone è stato possibile risalire ad altri numeri di telefono e alle persone arrestate.

Senza intercettazioni, la polizia ha individuato il capo della banda che è stato arrestato sabato scorso. Si tratta di Dino Gavazzeni, 44enne incensurato croato residente a Bardelli, nella provincia di Varese dove gestisce una regolare attivitá nel mondo delle slot-machine dei bar. L’uomo aveva numerosi collaboratori di cui usufruiva. La svolta nelle indagini c’è stata il 29 ottobre 2016 con l’intervento della polizia per un furto in appartamento in via Forze Armate, a Milano in cui i ladri in fuga avevano cercato di investire anche alcuni agenti ed erano stati arrestati per tentato omicidio. Gli episodi finora contestati alla banda sono sette, commessi da luglio a ottobre 2016: tutti a Milano tranne uno, a ottobre, nel vicentino. Nell’episodio del 29 luglio in via Baruffino la domestica della casa era stata legata e immobilizzata, incappucciata e minacciata di morte. La refurtiva per ogni colpo era di alto valore, in parte è stata recuperata e sono stati trovati orologi e gioielli di valore.

Le indagini della Settima sezione dell’Ufficio prevenzione generale diretto da Maria José Falcicchia, come riporta il Corriere della Sera, hanno potuto dimostrare che la banda usava “telefonini-citofono” per architettare i propri colpi. Si tratta di “apparecchi da 20/30 euro, datati, coi servizi essenziali (chiamare e rispondere), acquistati e intestati a prestanome, utilizzati per poche ore (l’immediata vigilia di un ‘colpo’) e subito buttati”. Uno di questi cellulari è stato, appunto, dimenticato nell’appartamento in via Vittor Pisani al termine di un colpo. Nell’agenda c’era solo un numero ugualmente intestato a un altro prestanome. Ma, attraverso le “celle” di questi apparecchi, gli investigatori sono riusciti a censire “le zone e i tempi di comparizione” a Milano e, quindi, a estendere la “rete” ad altri numeri arivando così a un iPhone4 “regolarmente acquistato da un georgiano” che è così “finito sotto pedinamento”.